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In collaborazione con le Redazioni - NotizieWeb 24/24; DangerNews; The Curious MagazineWeb

25 Jul

Lavoro minorile in Italia?

Pubblicato da Monica Callegari  - Tags:  #DANGER NEWS

Il comune italiano di Pizzoburgo è da oggi il primo paese in Italia a legalizzare il lavoro minorile. La delibera comunale è stata approvata dal sindaco Biagio Ruttazzo nella giornata di giovedì.

A partire dall’età di 10 anni i bambini potranno dunque lavorare, purché sotto la supervisione dei genitori. L’età minima per essere messi sotto contratto è stata fissata a 12 anni.

Un provvedimento destinato a far discutere in tutta Europa, giacché la moderna tendenza di tutte le grandi potenze è quella di fare lavorare le persone fino a dopo i 75 anni. Secondo il sindaco Ruttazzo, uno dei più fermi sostenitori del disegno di legge, la legalizzazione del lavoro minorile è l’unica strada percorribile per un paese come Pizzoburgo, dove metà della popolazione vive con un reddito ISEE inferiore ai 3500,00 euro

“Il lavoro minorile qui a Pizzoburgo è un dato di fatto, ed è impossibile debellarlo. Noi invece di combatterlo vogliamo proteggere i piccoli lavoratori e tutelarli garantendone la sicurezza sul lavoro. Poi con tutti questi baby-clandestini che arrivano sulle nostre coste, sarebbe il giusto incentivo per garantirgli un futuro in Italia. Ha dichiarato il sindaco Biagio Ruttazzo.

FRANCESCO SANTONIANNI, STORIA DEL LAVORO MINORILE IN ITALIA, IN, “NAT’S”, L’INFANZIA PRIMA DELL’INDUSRIALIZZAZIONE

La questione del lavoro minorile si è impostata in Italia intorno alla metà del secolo scorso in parallelo con la nascita dell’attività industriale e del risveglio nazionale, in ritardo rispetto agli altri Paesi dove l’industrializzazione si era diffusa e si erano già attuate iniziative per contrastare la diffusione del lavoro minorile.

I fanciulli italiani erano coinvolti nelle attività lavorative prima dell’avvento delle industrie, ma era un lavoro che si svolgeva in ambito familiare o in una sorta di apprendistato artigianale.

La popolazione più povera che non riusciva ad impiegare i propri figli in queste attività, era costretta ad abbandonarli al “vagabondaggio”.( La tratta dei bambini riguardava soprattutto la popolazione del Mezzogiorno, raggiungendo valori allarmanti in Campania, Basilicata e Calabria.)

INDUSTRIALIZZAZIONE

E LAVORO

 

Con l’inizio e lo sviluppo dell’attività industriale, avvenuta nel nostro Paese nella seconda metà del XIX secolo, aumentò la tendenza da parte degli imprenditori ad utilizzare la manodopera infantile nelle imprese industriali. Le industrie conseguivano così un vantaggio economico, realizzando un più basso costo di produzione, un aumento degli utili e un vantaggio sulla concorrenza.

Il costo del lavoro del bambino era di molto inferiore di quello di un operaio adulto e siccome la forza muscolare non era necessaria per il funzionamento delle macchine era più economico pagare il salario ad un bambino. Di conseguenza gli adulti in età da lavoro venivano licenziati per far posto al lavoro minorile. I bambini con la complicità delle loro famiglie lavoravano per 12,14 e a volte 16 ore al giorno.

Lo sfruttamento del lavoro dei fanciulli conduceva quindi, da un lato ad una diminuzione del reddito familiare, dall’altro un aumento del carico di lavoro per i bambini e per le donne e ad un incremento della disoccupazione per gli operai adulti.

La situazione all’interno delle fabbriche era tale che le condizioni di vita dei fanciulli si avvicinavano a quelle degli schiavi, con gravi ripercussioni non solo sullo sviluppo fisico, ma anche sul normale sviluppo della personalità.

Per fortuna verso la fine del secolo alcuni sociologi, economisti e medici sentirono la necessità di salvaguardare la salute dei fanciulli. Questi si impegnarono nella battaglia per strappare l’infanzia alla morte precoce, alle deformità permanenti e ad un insano sviluppo psicologico. Gli studiosi affermarono che le cause di tali danni erano: l’età troppo precoce, l’orario troppo lungo, l’insalubrità delle officine, la posizione scomoda e la fatica inegualmente distribuita fra gli arti che causava lo sviluppo anormale. Ai danni fisici, inoltre, erano da aggiungere quelli morali, impossibile da quantificare. Lo sviluppo tecnico metteva in evidenza anche i danni derivanti dalla mancanza d’istruzione, rese necessarie dal rapido evolversi delle tecniche di produzione. Lo sfruttamento del lavoro dei fanciulli risultava dannoso per l’industria stessa, in quanto la fatica e la mancanza di cure a cui i bambini venivano sottoposti causava la perdita di molte energie fisiche e psicologiche. La condizione degradante delle giovani generazioni costituì un grave pericolo che anche la borghesia illuminata cominciò a ritenere che si dovesse mettere un freno al fenomeno di sfruttamento del lavoro minorile. L’evolversi delle dottrine economiche portava a rifiutare lo sfruttamento del lavoro minorile. Da più parti si sosteneva che, per proteggere i fanciulli dagli abusi cui erano soggetti, fosse necessario l’intervento dello Stato il quale, con opportune azioni di natura legislativa, mirasse a limitare l’orario di lavoro, ad innalzare l’età lavorativa, a migliorare le condizioni di salubrità degli ambienti e a favorire l’istruzione. Anche la dottrina cattolica pensava che era dovere dello Stato prendersi cura del benessere degli operai. La disputa apertasi tra fautori dell’intervento dello Stato e i suoi oppositori portò ad un dibattito in cui gli industriali sostenevano che gli stessi genitori si sarebbero opposti ad ogni intromissione dell’autorità pubblica che avesse come ricaduta la diminuzione nei guadagni dei loro figli. Gli industriali volevano affermare il diritto di ogni famiglia a decidere sul destino dei loro figli, il cui lavoro era spesso indispensabile al suo sostentamento.

Gli industriali erano preoccupati innanzitutto che la protezione dei fanciulli creasse una piccola incrinatura nel sistema liberistico che avrebbe potuto condurre all’apertura di enormi problemi nel mondo del lavoro e nella società intera.

Il governo italiano non aveva ancora legalizzato nessun intervento nel campo lavorativo, contrario com’era ad ogni coinvolgimento statale e favorevole invece al più assoluto liberismo economico.

LA LEGGE DEL 1967

 

Nel 1952, secondo i dati della Commissione Parlamentare d’Inchiesta sulla disoccupazione e la presenza di fanciulli tra i 10 e i 13 anni nel lavoro produttivo si dimostrava ancora una volta grave nelle province meridionali e nelle aree poco industrializzate.

Altri dati forniti dall’Istituto Nazionale di Statistica nel 1960 indicano che meno di un terzo dei ragazzi quattordicenni era impegnato in attività scolastiche. Molti si fermavano alla terza classe elementare ed un cospicuo gruppo lasciava la scuola nel passaggio dalle elementari alle medie. Molti ragazzi che abbandonavano la scuola si riservavano nel mondo del lavoro, con una formazione generica insufficiente e privi di qualsiasi preparazione professionale. La maggior parte di questi ragazzi apparteneva alla popolazione rurale ed era costretta ad una pratica di lavoro precoce la cui validità era affidata alla competenza dei suoi istruttori diretti, contadini. Fra i ragazzi che abbandonavano la scuola vi erano quelli che trovavano lavoro nelle botteghe artigianali o nei negozi. L’occupazione in queste attività era determinata più dalla presenza causale dell’offerta che non da una ricerca corrispondente alle attitudini del fanciullo.

La legge che attualmente regola il lavoro minorile è stata approvata dal Parlamento nel 1967.L’innovazione più rilevante della legge è l’inserimento del lavoro agricolo fra i lavori vietati ai minori di 14 anni, limite che era già convenuto nella Convenzione Internazionale del 1921.

Angelo Semeraro ci fornisce una riflessione importante riguardo il problema del lavoro minorile. Egli afferma : “E’ molto istruttiva la lettura delle leggi susseguitesi dal 1886 in poi, per rendersi conto di quanto poco sia avanzata la legislazione sulla protezione reale della situazione lavorativa infantile. Più di un secolo è occorso per elevare di cinque anni l’età minima consentita per l’inserimento attivo nel lavoro, mentre persiste un’ideologia della famiglia, proprietaria del destino dei figli.”

Certo le caratteristiche e le motivazioni del fenomeno si sono modificate nel tempo e comportano oggigiorno nuove riflessioni capaci di tenere conto, da un lato, il valore “scuola” e il “valore”, e dall’altro delle motivazioni non più collegate all’aspetto economico e alla povertà.

Vedi tabella : Bambini al lavoro in Italia

FRANCESCO SANTONIANNI, STORIA DEL LAVORO MINORILE IN ITALIA, IN, “NAT’S”, MARZO 1998

 

L’INFANZIA PRIMA

DELL’INDUSRIALIZZAZIONE

 

La questione del lavoro minorile si è impostata in Italia intorno alla metà del secolo scorso in parallelo con la nascita dell’attività industriale e del risveglio nazionale, in ritardo rispetto agli altri Paesi dove l’industrializzazione si era diffusa e si erano già attuate iniziative per contrastare la diffusione del lavoro minorile.

I fanciulli italiani erano coinvolti nelle attività lavorative prima dell’avvento delle industrie, ma era un lavoro che si svolgeva in ambito familiare o in una sorta di apprendistato artigianale.

La popolazione più povera che non riusciva ad impiegare i propri figli in queste attività, era costretta ad abbandonarli al “vagabondaggio”.( La tratta dei bambini riguardava soprattutto la popolazione del Mezzogiorno, raggiungendo valori allarmanti in Campania, Basilicata e Calabria.)

INDUSTRIALIZZAZIONE

E LAVORO

 

Con l’inizio e lo sviluppo dell’attività industriale, avvenuta nel nostro Paese nella seconda metà del XIX secolo, aumentò la tendenza da parte degli imprenditori ad utilizzare la manodopera infantile nelle imprese industriali. Le industrie conseguivano così un vantaggio economico, realizzando un più basso costo di produzione, un aumento degli utili e un vantaggio sulla concorrenza.

Il costo del lavoro del bambino era di molto inferiore di quello di un operaio adulto e siccome la forza muscolare non era necessaria per il funzionamento delle macchine era più economico pagare il salario ad un bambino. Di conseguenza gli adulti in età da lavoro venivano licenziati per far posto al lavoro minorile. I bambini con la complicità delle loro famiglie lavoravano per 12,14 e a volte 16 ore al giorno.

Lo sfruttamento del lavoro dei fanciulli conduceva quindi, da un lato ad una diminuzione del reddito familiare, dall’altro un aumento del carico di lavoro per i bambini e per le donne e ad un incremento della disoccupazione per gli operai adulti.

La situazione all’interno delle fabbriche era tale che le condizioni di vita dei fanciulli si avvicinavano a quelle degli schiavi, con gravi ripercussioni non solo sullo sviluppo fisico, ma anche sul normale sviluppo della personalità.

Per fortuna verso la fine del secolo alcuni sociologi, economisti e medici sentirono la necessità di salvaguardare la salute dei fanciulli. Questi si impegnarono nella battaglia per strappare l’infanzia alla morte precoce, alle deformità permanenti e ad un insano sviluppo psicologico. Gli studiosi affermarono che le cause di tali danni erano: l’età troppo precoce, l’orario troppo lungo, l’insalubrità delle officine, la posizione scomoda e la fatica inegualmente distribuita fra gli arti che causava lo sviluppo anormale. Ai danni fisici, inoltre, erano da aggiungere quelli morali, impossibile da quantificare. Lo sviluppo tecnico metteva in evidenza anche i danni derivanti dalla mancanza d’istruzione, rese necessarie dal rapido evolversi delle tecniche di produzione. Lo sfruttamento del lavoro dei fanciulli risultava dannoso per l’industria stessa, in quanto la fatica e la mancanza di cure a cui i bambini venivano sottoposti causava la perdita di molte energie fisiche e psicologiche. La condizione degradante delle giovani generazioni costituì un grave pericolo che anche la borghesia illuminata cominciò a ritenere che si dovesse mettere un freno al fenomeno di sfruttamento del lavoro minorile. L’evolversi delle dottrine economiche portava a rifiutare lo sfruttamento del lavoro minorile. Da più parti si sosteneva che, per proteggere i fanciulli dagli abusi cui erano soggetti, fosse necessario l’intervento dello Stato il quale, con opportune azioni di natura legislativa, mirasse a limitare l’orario di lavoro, ad innalzare l’età lavorativa, a migliorare le condizioni di salubrità degli ambienti e a favorire l’istruzione. Anche la dottrina cattolica pensava che era dovere dello Stato prendersi cura del benessere degli operai. La disputa apertasi tra fautori dell’intervento dello Stato e i suoi oppositori portò ad un dibattito in cui gli industriali sostenevano che gli stessi genitori si sarebbero opposti ad ogni intromissione dell’autorità pubblica che avesse come ricaduta la diminuzione nei guadagni dei loro figli. Gli industriali volevano affermare il diritto di ogni famiglia a decidere sul destino dei loro figli, il cui lavoro era spesso indispensabile al suo sostentamento.

Gli industriali erano preoccupati innanzitutto che la protezione dei fanciulli creasse una piccola incrinatura nel sistema liberistico che avrebbe potuto condurre all’apertura di enormi problemi nel mondo del lavoro e nella società intera.

Il governo italiano non aveva ancora legalizzato nessun intervento nel campo lavorativo, contrario com’era ad ogni coinvolgimento statale e favorevole invece al più assoluto liberismo economico.

LA LEGGE DEL 1967

 

Nel 1952, secondo i dati della Commissione Parlamentare d’Inchiesta sulla disoccupazione e la presenza di fanciulli tra i 10 e i 13 anni nel lavoro produttivo si dimostrava ancora una volta grave nelle province meridionali e nelle aree poco industrializzate.

Altri dati forniti dall’Istituto Nazionale di Statistica nel 1960 indicano che meno di un terzo dei ragazzi quattordicenni era impegnato in attività scolastiche. Molti si fermavano alla terza classe elementare ed un cospicuo gruppo lasciava la scuola nel passaggio dalle elementari alle medie. Molti ragazzi che abbandonavano la scuola si riservavano nel mondo del lavoro, con una formazione generica insufficiente e privi di qualsiasi preparazione professionale. La maggior parte di questi ragazzi apparteneva alla popolazione rurale ed era costretta ad una pratica di lavoro precoce la cui validità era affidata alla competenza dei suoi istruttori diretti, contadini. Fra i ragazzi che abbandonavano la scuola vi erano quelli che trovavano lavoro nelle botteghe artigianali o nei negozi. L’occupazione in queste attività era determinata più dalla presenza causale dell’offerta che non da una ricerca corrispondente alle attitudini del fanciullo.

La legge che attualmente regola il lavoro minorile è stata approvata dal Parlamento nel 1967.L’innovazione più rilevante della legge è l’inserimento del lavoro agricolo fra i lavori vietati ai minori di 14 anni, limite che era già convenuto nella Convenzione Internazionale del 1921.

Angelo Semeraro ci fornisce una riflessione importante riguardo il problema del lavoro minorile. Egli afferma : “E’ molto istruttiva la lettura delle leggi susseguitesi dal 1886 in poi, per rendersi conto di quanto poco sia avanzata la legislazione sulla protezione reale della situazione lavorativa infantile. Più di un secolo è occorso per elevare di cinque anni l’età minima consentita per l’inserimento attivo nel lavoro, mentre persiste un’ideologia della famiglia, proprietaria del destino dei figli.”

Certo le caratteristiche e le motivazioni del fenomeno si sono modificate nel tempo e comportano oggigiorno nuove riflessioni capaci di tenere conto, da un lato, il valore “scuola” e il “valore”, e dall’altro delle motivazioni non più collegate all’aspetto economico e alla povertà.

Vedi tabella : Bambini al lavoro in Italia

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