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In collaborazione con le Redazioni - NotizieWeb 24/24; DangerNews; The Curious MagazineWeb

21 Aug

Fb tra legge e non...

Pubblicato da Simone Perotti  - Tags:  #INTERNET

Ci sarebbero da scrivere diversi testi a riguardo sui social e su come questi violino i principi e i diritti dettati dalla legge, ma ci limiteremo ad approfondire tre eventi:

"...Immaginatevi la scena: aprite il computer e vi arriva un messaggio via Facebook in cui una ragazza, che non conoscete, vi avvisa, per carità cristiana, che c’è qualcuno, che chiameremo Mario L., che sul proprio profilo Facebook ha messo la vostra fotografia, invece della sua. Immaginatevi di precipitarvi su quella pagina e leggere che effettivamente “Mario L. ha cambiato la sua immagine sul profilo” e ha messo la vostra, perfettamente riconoscibile. Dunque chi va su quella pagina vede che Mario L. siete voi e non lui, cioè ha quella faccia lì che però è la vostra. Immaginatevi anche che quella ragazza aggiunga, per dovizia, che tale Mario L. l’ha importunata tanto da spingerla a definirlo “un perverso da denuncia”.

Ecco. Tre secondi di narcisismo, due domande e un’azione. I tre secondi di narcisismo sono comprensibili: quel tale pensa di cuccare con la vostra faccia. Accidenti, e pensare che voi non lo credevate di voi avendocela! Botta di autostima. Poi subito dopo, drammatiche, le due domande: ma ce l’avrà fatta? Con la mia faccia si cucca? The answer is blowing in the wind. E poi l’azione: compilate in un centesimo di secondo il format di reclamo per segnalare a Facebook che il tale, bell’imbusto un po’ perverso e paraculo, sedicente laureato alla Sapienza di Roma e di mestiere imprenditore, usa la vostra immagine invece della sua. Cioè il nome è il suo, ma la foto è la vostra.
Attimi di attesa. Poi, ecco la rapida risposta di Facebook: “Abbiamo analizzato la tua segnalazione (…) Abbiamo controllato il diario che hai segnalato perché finge di essere te e abbiamo riscontrato che rispetta i nostri standard della comunità”.

Dunque, signori di Facebook, grazie della chiarificazione. Assumiamo quindi oggi ufficialmente che un tizio qualunque, che sia Hannibal Lecter o il pirla di Quartoggiaro, può mettere come “sua immagine del profilo” (come voi la chiamate con responsabile utilizzo degli aggettivi possessivi), la vostra foto invece della sua, con la spiacevole conseguenza che un giorno, camminando placidamente per strada, verso le 18,15 immagino, una donna avvenente e di spirito, molestata da Mario L., potrebbe pararvisi di fronte e sputarvi in un occhio perché vi ha riconosciuto come l’artefice di chissà quale odioso stalking, e per soprammercato il fabbro ferraio che la accompagna, suo marito, con mani grandi come palanche da carpentiere, potrebbe spalmarvi la faccia sul vicino muro intonacato di fresco a cemento e pozzolana, rugosissima, senza che voi possiate prendervela con nessuno, perché questa conseguenza, anch’essa, “rispetta i nostri standard della comunità”.


Carissimi signori di Facebook, e segnatamente, nell’ordine, il responsabile legale della società e tutti quelli che ne discendono, dal capo degli affari legali fino al direttore delle relazioni esterne… occhio. State molto, ma molto attenti, perché se la suddetta signorina e il suddetto fabbro mi si parano innanzi uno di questi giorni io vi faccio passare un guaio che neanche avete idea. Ve lo faccio passare io e qualche migliaio di persone che potrebbe testimoniare la stessa disavventura patita. Occhio, dunque, perché le epoche stanno cambiando, e alle castronerie di manager annoiati e infoiati di stock options si sta ormai contrapponendo un’insorgente ma non meno concreta e pericolosa insofferenza popolare, che potreste dovervi rammaricare di aver aizzato con le stupidaggini a cui credo vi porti quotidianamente l’ignoranza e la superficialità. Difetti che ho la moderata certezza che non abbiano il mio avvocato e molti altri aderenti all’albo, che anzi, si fregano già le mani, in tutto simili a quelle che il fabbro ferraio potrebbe fregare sulla mia faccia."[...]

 

Il Garante per la protezione dei dati personali ha emanato la Raccomandazione del 26.11.2009 che interviene sull’utilizzo di social network e sui pericoli connessi all’uso.

“Social network: attenzione agli effetti collaterali” Facebook & Co. Come tutelare la propria privacy ai tempi di Facebook, MySpace & Co. Come difendere la propria reputazione, l’ambiente di lavoro, gli amici, la famiglia, da spiacevoli inconvenienti che potrebbero essere causati da un utilizzo incauto o improprio degli strumenti offerti dalle reti sociali? Sono queste alcune delle domande a cui risponde la guida messa a punto dal Garante per la privacy “Social Network: Attenzione agli effetti collaterali”. Non un manuale esaustivo, ma un agile vademecum sia per persone alle prime armi, sia per utenti più esperti, pensato per aiutare chi intende entrare in un social network o chi ne fa già parte a usare in modo consapevole uno strumento così nuovo.

La questione è talmente attuale che i più grandi fornitori di piattaforme di social network (per la precisione 17) tra cui Facebook, Google/YouTube, MySpace, Microsoft e Yahoo! hanno deciso di siglare in Lussemburgo, in occasione della giornata “Safer Internet 2010″, un accordo europeo che contiene una serie di regole volte a migliorare la sicurezza dei minorenni che utilizzano la rete e far fronte comune contro i rischi potenziali a cui sono esposti i più giovani come l’adescamento da parte di adulti, il “bullismo” online e la divulgazione di informazioni personali.

Preliminarmente è opportuno sottolineare che occorre distinguere i comportamenti lesivi in due categorie a seconda della tipologia di reato che si potrebbe commettere:

a) Vi sono i reati commessi da chi sfrutta Facebook o altri social network, le sue caratteristiche, per realizzare i propri intenti illeciti. In questa categoria vi rientrano ad esempio: l’invio di materiale pubblicitario non autorizzato (la c.d. attività dispamming) o la raccolta e l’utilizzo indebito di dati personali, attività espressamente vietate dal T.U. sulla privacy (d.lgs. n. 196 del 2003); l’utilizzo dei contatti per trasmettere volutamente virus informatici, punito dall’art. 615-quinquies c.p.; l’utilizzo dei contatti peracquisire abusivamente codici di accesso per violare sistemi informatici (punito dall’art. 615-quater c.p.), ecc.

b) Chi utilizza Facebook per la funzione tipica del social network, ossia quello di creare contatti tra gli utenti per facilitare la comunicazione e nel far questo, spesso per superficialità, nel comunicare con il proprio gruppo di amici, va oltre commettendo reati penali. Il reato più frequente, che si può verificare in questi casi, è quello di diffamazione.

L’inserimento di frasi offensive, battute pesanti, notizie riservate la cui divulgazione provoca pregiudizi, foto denigratorie o comunque la cui pubblicazione ha ripercussioni negative, anche potenziali, sulla reputazione della persona ritratta possono integrare gli estremi del reato di diffamazione, punito dall’art. 595 c.p.

Tipico esempio noto alla cronaca, la creazione di gruppi ostili ad una determinata persona: “Quelli che odiano il datore di lavoro bastardo”, ecc. E’ evidente come alcune quali “bastardo” o “cretina” hanno una inequivoca carica offensiva, rilevante sotto il profilo penalistico. Al riguardo una recente sentenza[1] , che si segnala per essere stata la prima, in Italia, a trattare di uno dei siti di condivisione più popolari al mondo ha stabilito che è tenuto al risarcimento del danno colui che lede la reputazione, l’onore o il decoro di una persona mediante l’invio di un messaggio tramite social network.

Con riferimento alla diffamazione per il tramite dell’uso improprio di foto di terzi, la Cassazione, in un procedimento per diffamazione per pubblicazione di foto in un contesto lesivo della reputazione, ha precisato che il consenso ad essere ritratti non comporta il consenso a utilizzare le foto, soprattutto se tale utilizzo avviene in contesti che espongono il soggetto a lesioni della propria reputazione. Ricordiamo che  affinché vi sia diffamazione è necessario: a) la comunicazione con più persone, la giurisprudenza dice che sono sufficienti almeno due persone; quindi non costituisce diffamazione il “pettegolezzo” riferito all’amico tramite messaggio privato, ma solo se pubblicato sulla bacheca, visibile a tutto il gruppo di amici o comunque a due o più persone. In caso contrario, senza la comunicazione con più persone, anche in tempi diversi, non c’è reato. b) l’offesa deve essere rivolta a soggetto determinato o determinabile. Se si parla male di una persona senza far capire di chi si tratta non è reato. Per aversi diffamazione non è necessario mettere nome, cognome, generalità del diffamato: è sufficiente inserire riferimenti che consentano di rendere conoscibile la persona offesa o comunque attribuibile l’offesa ad una persona specifica[2].

Un altro reato che viene spesso commesso (e con una certa disinvoltura) sul Web è quello della sostituzione di persona. Il reato da contestare in tali casi è disciplinato dall’art. 494 c.p. e prevede una pena fino a un anno di reclusione.

Oggetto della tutela penale,in relazione al delitto preveduto nell’art.494 c.p., è – afferma la Corte di Cassazione – “l’interesse riguardante la pubblica fede, in quanto questa può essere sorpresa da inganni relativi alla vera essenza di una persona o alla sua identità o ai suoi attributi sociali. E siccome si tratta di inganni che possono superare la ristretta cerchia d’un determinato destinatario, è stato ritenuto che il legislatore abbia in essi ravvisato una costante insidia alla fede pubblica, e non soltanto alla fede privata e alla tutela civilistica del diritto al nome”.

La Cassazione, nel 2007, ha ritenuto che commette tale reato colui il quale crea un falso account di posta elettronica intrattenendo corrispondenze informatiche con altre persone spacciandosi per una persona diversa. Lo stesso può valere per Facebook o altri social network, per cui si ha sostituzione di persona quando un utente apre una pagina su uno dei social network utilizzando i dati e le immagini relative ad un altro soggetto che ne è all’oscuro.

Cristina Sivieri Tagliabue, giornalista, scrittrice e blogger de ilfattoquotidiano.it era direttrice della rivista Women. Dopo una causa con la casa editrice il giudice le vieta di utilizzare in futuro la testata. Ma su Internet rimangono due immagini della copertina postate in precedenza sui suoi blog e ora il tribunale le impone una penale da 50mila euro

D’autore o no, una foto lasciata in Rete la si può pagare cara. E può trasformarsi in un salasso. Almeno questa è la disavventura capitata a Cristina Sivieri Tagliabue, giornalista, scrittrice e blogger de ilfattoquotidiano.it. Che a causa di una decisione provvisoria del tribunale di Roma deve sborsare 50mila euro per due immagini che ha pubblicato tempo fa su Internet e che nessuno le ha mai chiesto di togliere. Anche perché, spiega il suo legale, è come se qualcuno le avesse chiesto di cancellare delle esperienze dal suo curriculum.

La vicenda inizia due anni fa, quando viene lanciato in edicola Women, un mensile dedicato al mondo femminile. Uscirà un solo numero, perché il rapporto tra Sivieri Tagliabue, che ne è il direttore, e la società editrice Contesti Creativi va subito in frantumi. “Sto pagando di tasca mia spese e collaboratori” sostiene lei, mettendo in dubbio il ruolo di editore di Contesti Creativi. Il litigio finisce in tribunale a Milano, dove nell’aprile del 2012 il giudice stabilisce che Contesti Creativi è la reale casa editrice e proibisce a Sivieri Taglaibue “l’ulteriore utilizzazione del segno Women sia come testata che come segno distintivo riferito a un periodico”. La giornalista accetta la decisione, che le dà comunque facoltà di recuperare con nuove azioni giudiziarie il denaro dovuto, e chiude il sito Internet e la pagina Facebook della rivista.

In Rete però restano due immagini pubblicate in precedenza. Una foto di Emma Bonino sulla copertina di un numero virtuale di Women accompagna un post datato dicembre 2011 del blog che Sivieri Tagliabue tiene su Nòva100del Sole 24 ore, mentre una foto della stessa Sivieri Tagliabue, anche qui incorniciata in copertina, è utilizzata sin dal 2011 come immagine del suo profilo aperto su Facebook come blogger de ilfattoquotidiano.it. Tali immagini rappresentano fatti passati, sostieneFabrizia Vaccarella, legale di Sivieri Tagliabue. Eppure Contesti Creativi si rivolge al tribunale di Roma, che un anno fa con un decreto ingiuntivo impone alla giornalista di pagare una penale di 25mila euro per ciascuna immagine: totale 50mila euro.

Sivieri Tagliabue presenta opposizione. “Le foto non dovevano essere rimosse. C’era il divieto di utilizzare il marchio Women in futuro, non l’obbligo di intervenire su fatti pregressi, fotografie, immagini, articoli che anzi aiutarono a promuovere l’iniziativa editoriale”, sostiene il suo avvocato, che contesta l’uso di decreti ingiuntivi in casi come questo: “E’ uno strumento lecito che è stato utilizzato per ottenere una conseguenza illecita”. C’è poi un’altra questione, sottolineata dal direttore di Nòva24 Luca De Biase nella consulenza tecnica allegata all’opposizione: “Il senso del profiloFacebook è quello di descrivere che cosa ha fatto la persona cui la pagina si riferisce. Una sorta di curriculum vitae dell’interessato, una descrizione della sua biografia”. Insomma, quelle immagini dicono che in passato Sivieri Tagliabue ha lavorato per Women. Cancellarle dalla Rete sarebbe come cancellare una riga dal curriculum e, sostiene Vaccarella, creerebbe “un pregiudizio all’immagine professionale”. Argomentazioni su cui il tribunale non si è ancora espresso: la decisione di merito è stata rinviata all’anno prossimo, ma il giudice ha imposto la provvisoria esecuzione dell’ingiunzione. Sivieri Tagliabue, quindi, per il momento deve pagare. Poi, se avrà ragione, i soldi le verranno restituiti. Cinquantamila euro. Non male per due foto.

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