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In collaborazione con le Redazioni - NotizieWeb 24/24; DangerNews; The Curious MagazineWeb

14 Dec

Radicalismo all’Islam & fede islamica

Pubblicato da Amani Salama  - Tags:  #DANGER NEWS

"... Usare il terrore, l’assassinio, l’intimidazione, la confisca delle terre e l’eliminazione di ogni servizio sociale per liberare la Galilea dalla sua popolazione araba”.  - David Ben-Gurion, Maggio 1948, agli ufficiali dello Stato Maggiore

 

 

Oggi l’opinione pubblica, grazie alla manipolazione dei media, si è abituata ad associare il radicalismo all’Islam al punto che la collettività ha cominciato a considerare la fede islamica come l’espressione per eccellenza d’integralismo, terrorismo ed estremismo.

I media quotidianamente mettono in luce eventi e fatti critici che avvengono per mano di terroristi ed estremist

i “musulmani” che hanno un unico scopo: islamizzare e terrorizzare il mondo.

Tutto ciò comunque non tiene in considerazione che queste realtà (ISIS, Alqaida ecc..) sono realtà fantoccio che servono per giustificare nuove guerre e nuovi massacri.

Non vi è nulla di islamico nello Stato Islamico, o Isis. In realtà è una massa di giovani asserviti, arrabbiati e assetati di sangue che dell’Islam capiscono poco. L’Isis è una realtà apparsa dal nulla, fornitissima di armi e mezzi ultramoderni.

Tuttavia lo svarione islam uguale terrorismo, discriminazione ed ignoranza è assolutamente sbagliato. In questo modo si svaluta l’enorme contributo, che l’Islam in quanto civiltà millenaria, ha apportato a tutta l’umanità.

Per millenni cristiani provenienti da tutta l’Europa, scappando dall’inquisizione e dalle discriminazioni, si rifugiavano in paesi di fede islamica, liberi di professare la loro fede. Queste persone colpite da miseria, ingiustizie e inquisizioni fuggivano dall’Europa per andare nei paesi del nemico per definizione, per vivere sotto le regole e i precetti della religione islamica.

 

La storia è ricca di esempi di tolleranza da parte dei Musulmani nei confronti di altre religioni: quando il califfo Omar entrò a Gerusalemme, nell’anno 634, l’Islam concesse libertà di culto a tutte le comunità religiose della città.

Per secoli l’Islam e gli imperi arabi o semplicemente islamici (come quello ottomano) hanno esportato a tutto il mondo progresso e conoscenza, arte e cultura.  Per secoli i popoli islamici hanno vissuto un età d’oro di un Islam progressivo che ha buttato giù le basi del rinascimento Europeo. Tutto ciò quando ancora i paesi occidentali vivevano nell’arretratezza e nell’ignoranza.

Gli ebrei per esempio non sono mai stati perseguitati dagli arabi, vivevano liberi di professare il proprio credo e soprattutto liberi di lavorare. Una convivenza pacifica, non senza problemi e scontri, ma comunque senza che una parte opprimesse l’altra. La Legge Islamica consentiva anche alle minoranze non musulmane di stabilire una propria corte di giustizia con regole specifiche per le diverse minoranze.

Mentre se pensiamo ad oggi e pensiamo alla fondazione dello “stato” d’Israele troviamo uno stato basato su un esclusivismo etnico con una base prettamente religiosa. Uno stato frutto del pregiudizio e dell’intolleranza.

Oggi il sionismo è presente al pari dell’estremismo in nome dell’Islam, ed è un ideologia che comporta e afferma l’annientamento di un intero popolo quello musulmano. L’assorbimento della Palestina da parte dei sionisti è solo il primo passo verso l’ascesa della “grande Israele”. Criticare Israele è divenuto un tabù socio-politico tanto che l’opinione pubblica non riesce più a vedere la verità. Israele è diventata tanto radicale, intollerante ed estrema quanto l’Isis. L’Isis e il sionismo condividono non solo gli stessi valori ma soprattutto ideologie identiche. Anzi forse l’Isis è proprio una creazione del sionismo programmata a servire i suoi interessi egemonici nel levante ovvero per la nascita della grande israele, una nuova realtà politica ed istituzionale.

 

Theodor Herzl, il padre fondatore del sionismo diceva: “l’area dello stato ebraico si estende dal Nilo sino all’Eufrate”.

Fin dal suo emergere in Europa nel XIX secolo, i sostenitori del sionismo hanno ambito e fatto pressione per ricreare quel che consideravano una loro eredità politica e religiosa, il loro diritto di nascita: il ristabilimento di uno Stato ebraico, esclusivo per il popolo d’Israele, entro il territorio designato come “terra promessa” nelle Scritture.

Per quanto riguarda il problema palestinese, Israele ha da sempre operato in modo sistematico per sradicare e negare l’identità nazionale dei palestinesi, puntando a ripulire lentamente la terra che concepisce come propria.

Quindi tutto ciò che è Israele, è l’esatto opposto di democrazia o tolleranza, una nuova forma di imperialismo. Per questo Israele può essere definito come un accampamento di coloni, una conseguenze del colonialismo e dell’imperialismo europeo. Se la Palestina non fosse caduta sotto il mandato britannico forse sarebbe stato molto più complesso per i sionisti occupare la Palestina.

L’esempio per eccellenza di antidemocratico, di intolleranza, di discriminatorio e terroristico è di per sé la nascita d’Israele. Se si vuole seriamente sradicare il fondamentalismo dal medio Oriente, la comunità interazionale deve guardare ad Israele, poiché è lì che si trova la fonte del terrorismo. Israele ed Isis sono pressoché identiche anche e soprattutto nella violenza.

Se l’ISIS si è dimostrato rivoltante, con le sue uccisioni di civili innocenti e il suo gusto per le macabre esecuzioni pubbliche, lo stesso si può dire di Israele.

Ricordiamoci solo i massacri di Sabra e Shatilla ordinati da Ariel Sharon nei quali vennero uccisi migliaia di civili palestinesi. Oppure la scorsa estate quando Israele prese di mira bambini disarmati su una spiaggia di Gaza. Ed è Israele a giustificare l’uccisione di donne e bambini nel nome della propria sopravvivenza.

Oggi le popolazioni arabe vivono nell’arretratezza, nella guerra e in un contesto destabilizzato non per l’Islam ma per le politiche corrotte dei regimi che non fanno altro che gli interessi delle potenze egemoni.

Purtroppo nei nostri giorni vengono rese sacre solo le innegabili sofferenze degli ebrei dell’olocausto e non quelle, altrettanto innegabili, di altri popoli. Si pretende la perenne espiazione di colpe mai commesse da parte di popoli assoggettati a sensi di colpa che non dovrebbero avere.

I palestinesi non hanno colpe riguardo alla tragedia ebraica del secondo conflitto mondiale, così come non ne hanno i cittadini europei d’oggi, nati nel dopoguerra.

Con questo ricatto e con questi falsi sensi di colpa Israele si è potuta permettere per oltre sessant’anni di agire impunita compiendo i peggiori crimini contro l’umanità, uccidendo, rubando, espropriando, imprigionando, rendendo la vita impossibile alla popolazione indigena arabo-palestinese, come a tutti i popoli confinanti.

L’arroganza e la disumanità che guida le menti dei capi e dei gregari sionisti, è questo il vero terrorismo e il vero estremismo. Non vi è alcun nesso fra le sofferenze degli ebrei europei e la punizione collettiva della popolazione indigena palestinese. I veri terroristi sono quelli che mascherandosi sotto lo stendardo di una falsa democrazia agiscono impuniti con arroganza e disumanità.

 

Quando a raccontare la realtà delle sofferenze dei cristiani in Siria e Iraq, della loro lotta imparti contro l'Isis, tutte le dichiarazioni "politically correct" verso l'islam "moderato" scompaiono.

 

Sommerse dal grido di dolore che i due parroci, provenienti dalle città di Erbil e Aleppo, hanno portato al Meeting di Rimini.

Anche nell'uso delle parole, i due preti sono stati chiari: bisogna parlare di "genocidio" in Iraq e di "Apocalisse" in Siria. "Aiutate la mia gente - è l'appello di Douglas Al-Bazi, parroco ad Erbil in Iraq - Vi imploro: non chiamate quello che succede nel mio paese un conflitto, è un genocidio e il genocidio è in Siria. Credo che ci distruggeranno in Medio Oriente, ma credo anche che l'ultima parola sarà la nostra. E sarà 'Gesù ci ha salvati'".

Ma non solo. L'ammonizione dei due parroci è ai buonisti occidentali che distinguono inappropriatamente tra islam moderato e Isis: "Se qualcuno dice che l'Isis non rappresenta l'Islam ha torto - ha detto Al-Bazi - L'Isis rappresenta l'Islam al 100%. Forse qui ci possono essere musulmani simpatici e amici, ma lì sono degli assassini".

I due sono intervenuti all'incontro "Una ragione per vivere e per morire: martiti di oggi". Ibrahim Alsabgh, prete di una chiesa di Aleppo in Siria, ha raccontato il dramma della situazione siriana, le difficoltà nel portare avanti una vita "normale": "Quello che sta avvenendo in Siria - ha detto - è una vera e propria Apocalisse. Manca tutto ormai, anche l'acqua". Siamo nel caos - ha aggiunto Alsabagh- siamo nel disordine totale. Aleppo è divisa in decine di parti e ogni gruppo di jihadisti controlla una parte. Viviamo nel caos, con la mancanza di tutto, prima di ogni cosa della sicurezza. Ci sono bombardamenti che non risparmiano la gente nelle case, le moschee e le chiese, i bambini e gli anziani. Siamo sotto un bombardamento continuo". Poi ha spiegato come "è molto difficile mangiare carne, latte e c'è mancanza di medicine. Tanti medici hanno lasciato il paese e tanti ospedali sono rimasti senza medicine. C'è poi la mancanza dell'acqua in questi giorni, è una cosa micidiale".

Ma il grido di dolore di quei cristiani è rimasto inascoltato. Da tutti. Dall'Onu, dall'America, dall'Europa. E in parte anche da Papa, che non ha rifiutato ogni "intervento umanitario" altre volte spalleggiato dal Vaticano. Nella sua parrocchia in Siria, Alsabagh ha creato un oratorio estivo con centinaia di bambini di famiglie non solo cristiane. "La gente non ce la fa - ha detto - Quelli ricconi sono partiti dai primi due anni del conflitto. Sono rimasti con noi i più poveri. Perché allora un cristiano deve rimanere? Meglio scappare e buttarsi nel mare. Diversi sono i casi di cristiani che hanno lasciato il paese e lo lasceranno forse nel domani. Sembra che siamo nel libro dell'Apocalisse."

"I cristiani in medioriente - ha concluso Al-Bazi - sono l'unico gruppo che ha visto il volto del male, l'Islam: aiutate la mia gente, salvate la mia gente. Sono un sacerdote e penso che mi ammazzeranno un giorno, ma mi preoccupo per i nostri figli". È l'Occidente che non preoccupa di loro.

 

Che cos'è l'Isis e che cosa vuole Abu Bakr al-Baghdadi, la guida di questo gruppo armato che terrorizza il mondo?

 

L'Isis, spiegato
 

Dieci cose da analizzare per cercare di capire che cos'è lo Stato Islamico: il nome dell'organizzazione, chi è il capo, chi sono i combattenti, dove prende i soldi, qual è la sua strategia, i video delle decapitazioni, cosa rappresenta la bandiera, qual è il suo obiettivo, chi c'è dietro e come combatterlo.

 

 

 

1. Il nome: Isil, Isis o Stato Islamico?

 

Il 29 giugno 2014, il gruppo di jihadisti dello Stato Islamico dell’Iraq e del Levante (Isil) - più noto come Stato Islamico dell’Iraq e della Siria (Isis) - annunciano la creazione di un califfato islamico nei territori controllati tra Siria e Iraq, nominando come proprio leader Abu Bakr al-Baghdadi, “il califfo dei musulmani”.

“Le parole ‘Iraq’ e ‘Levante’ sono state rimosse dal nome dello Stato Islamico nei documenti ufficiali”, precisa in quella occasione il portavoce dell’Isis, Abu Mohammad al-Adnani. L'obiettivo, infatti, è di ridefinire i confini del Medio Oriente.

Il califfato si estende da Aleppo, nel nord della Siria, alla regione di Diyala, nell’est dell’Iraq. Attualmente occupa un territorio di circa 35mila chilometri quadrati e oltre 6 milioni di persone vivono sotto il suo controllo.

La rapida conquista del territorio iracheno e siriano da parte dello Stato Islamico e le vittorie a raffica conseguite nell'arco di poche settimane nel mese di giugno sono state costruite in realtà in mesi di manovre lungo due fiumi, il Tigri e l'Eufrate. Nello speciale del New York Times "Lo Stato canaglia lungo il Tigri e l'Eufrate" vengono mappate le conquiste e gli insediamenti dello Stato Islamico.

Nell’audio diffuso su internet dai jihadisti il mese scorso, il portavoce al-Adnani invita tutti i musulmani a respingere la democrazia, la laicità, il nazionalismo e le altre lordure dell’Occidente: “Tornate alla vostra religione”.

2. Chi è Abu Bakr al-Baghdadi?

Nato a Samarra nel 1971, al-Baghdadi si trasferisce a Baghdad all’età di 18 anni. Consegue un dottorato in studi islamici e frequenta la moschea di Tobchi, un quartiere povero della capitale irachena dove convivono sciiti e sunniti.

Tra il 1996 e il 2000 vive in Afghanistan. Nel 2005 l'esercito americano lo reclude a Camp Bucca, un centro di detenzione nel sud dell’Iraq. Nel 2009, quando la prigione di Camp Bucca chiude, al-Baghdadi viene rilasciato.

Nel giugno 2014 inizia l’avanzata dell'Isis: Mosul, Tikrit e la raffineria di Baiji sono le principali conquiste, dove le milizie sotto la sua guida saccheggiano case, assaltano banche ed eseguono esecuzioni sommarie.

Il 2 marzo 2015, 30mila soldati dell'esercito iracheno hanno lanciato una controffensiva per riprendere il controllo di Tikrit, primo passo verso la riconquista anche di Mosul, la seconda città più importante dell'Iraq.

La storia è stata raccontata su The Post Internazionale. Un profilo del misterioso califfo anche su The Guardian, al-Monitor, BuzzFeed e BBC.

3. Chi sono i combattenti arruolati nello Stato Islamico?

Più di 30mila combattenti hanno aderito alla causa o sono stati costretti a diventare parte dello Stato Islamico. Tre anni fa, il gruppo terroristico era formato da soli 1.000 militanti armati.

Le giovani reclute dello Stato Islamico erano ragazzi in cerca di un lavoro, molti di loro parlano inglese, partiti da Londra, Bruxelles, Parigi e Berlino, con passaporto europeo, attratti dalla propaganda dei jihadisti. Alcuni arrivano anche dalla Spagna

In Siria e Iraq circa 3mila europei combattono per lo Stato Islamico. A Raqqa, considerata la capitale, uomini e donne armati controllano la popolazione con la forza. Niente musica o intrattenimento. Un video segreto mostra la vita nella roccaforte dello Stato Islamico. In un altro video, il Wall Street Journal descrive la vita e le attività nella capitale dello Stato islamico.

 

Sono stati recentemente scoperti alcuni dei loro campi di addestramento, scovati da alcuni citizen investigative journalists britannici utilizzando da casa Google earth e Bing maps.

4. Dove prende i soldi lo Stato Islamico?

Lo Stato Islamico è diventato rapidamente il gruppo terroristico più ricco al mondo. Il suo patrimonio stimato supera i 2 miliardi di dollari. Talebani, Hezbollah, FARC, Al Shabaab e Hamas sono staccati nettamente con 560, 500, 350, 100 e 70 milioni di dollari. Lo Stato Islamico guadagna circa 3 milioni di dollari al giorno grazie al business del petrolio, aumentando quotidianamente il suo capitale dopo la conquista della città irachena di Mosul.

Oltre al petrolio (circa 1.095 miliardi di dollari), il suo patrimonio è costituito da: 430 milioni di dollari rubati nelle banche depredate lungo il cammino di conquiste, 96 milioni di dollari grazie al riciclaggio di denaro nella zona di Mosul, 36 milioni dal business dei tesori archeologici e circa 343 milioni da altre attività ancora da chiarire.

Controllo di pozzi petroliferi in Siria e Iraq, città e villaggi depredati da ogni sorta di ricchezza, equipaggiamenti sottratti al debole esercito iracheno, business degli ostaggi. Le spese ingenti che lo Stato Islamico deve affrontare per combattere la sua guerra con mezzi tecnologicamente avanzati fanno pensare anche ad altre forme di finanziamento.

In molti sostengono che i soldi provengano anche dalle elite sunnite di Arabia Saudita, Kuwait e dagli altri stati del Golfo. Le donazioni private dirette verso lo Stato Islamico passano anche attraverso il confine turco-siriano, come riporta il Washington Post.

Sempre il Washington Post, ha individuato poi nella città di Reyhanli, in Turchia, al confine con la Siria, il luogo dove i jihadisti avrebbero comprato alcune delle loro attrezzature.

Il centro commerciale dello Stato Islamico si trova in Turchia?

5. Come funziona la loro strategia del terrore online?

40mila è il numero di tweet che sono stati inviati in un solo giorno dai sostenitori dello Stato Islamico. Esiste una sofisticata rete di account Twitter collegati tra loro che amplificano ogni singolo messaggio proveniente dai membri più influenti dell'organizzazione.

Internet, video, foto, pagine social, da Twitter a Facebook, da YouTube ai semplici blog, la nuova guerra del terrore dello Stato Islamico si combatte con la propaganda in lingua inglese (e non solo), secondo una precisa social media strategy.

Gli sforzi per diventare un marchio del terrore si realizzano anche con la propaganda attraverso gadget: riviste, magliette, abbigliamento e passaporti falsi. Si possono comprare anche a Istanbul. E la propaganda prevede anche che i militanti distribuiscano caramelle e gelati per i bambini per strada e negli ospedali, non solo odio e decapitazioni per fare proseliti.

6. Le decapitazioni e i video del terrore

Il 19 agosto dello scorso anno i jihadisti dello Stato Islamico hanno pubblicato un video in cui mostrano la decapitazione di James Foley, giornalista statunitense rapito in Siria nel 2012, minacciando gli Stati Uniti di uccidere anche un altro ostaggio statunitense, il giornalista Steven Sotloff, rapito in Siria nel 2013.

 il video della decapitazione di Foley. Il carnefice, secondo The New Yorker, The Telegraph e Quartz, è Mohamed Emzawi, conosciuto anche come Jihadi John, nato in Kuwait ma cresciuto a Londra, di professione informatico. Mentre una ragazza britannica, Khadijah Dare, promette di diventare la prima donna a decapitare un prigioniero occidentale in Siria.

The Post Internazionale ha pubblicato l'ultima lettera di James Foley.

Il 2 settembre 2014 lo Stato Islamico ha diffuso un nuovo video che mostra la decapitazione di un altro reporter americano: è Steven Sotloff, il giornalista mostrato negli ultimi istanti del video della decapitazione di Foley.

Un terzo ostaggio dello Stato Islamico è stato decapitato quasi due settimane dopo: era il britannico David Cawthorne Haines. Il video, intitolato "A Message to Allies of America", è stato rilanciato dagli specialisti del SITE Intelligence Group, che monitora le organizzazioni terroristiche online.

Il 3 ottobre 2014, è stato ucciso il secondo ostaggio britannico Alan Henning. Era un cooperante volontario.

Un mese e mezzo dopo Emzawi ha ucciso anche un quinto ostaggio, Peter Kassig, il quale si era convertito all'Islam ed era un operatore umanitario.

 Il reporter britannico John Cantlie, invece, viene usato come messaggero dell'Isis con dei veri e propri reportage. Nel primo video ha chiesto di essere ascoltato e che non si faccia disinformazione sullo Stato Islamico, nel secondo dice di essere stato abbandonato dal Regno Unito e di avere importanti rivelazioni. Nel terzo, girato ad Aleppo, viene mostrata una scuola coranica e il mercato centrale della città.

È stato poi decapitato un altro ostaggio, questa volta francese, in Algeria. 

Il 12 febbraio 2015, l'Isis ha rilasciato un video che mostra la decapitazione di 21 egiziani copti a Sirte, in Libia.

7. Cosa rappresenta la bandiera dello Stato Islamico?

Una bandiera nera, un simbolo con una scritta bianca. La puoi comprare su e-Bay per circa 20 dollari. Tra le iscrizioni non ci sono messaggi di odio. Campeggia la frase: "There is no god but God, Muhammad is the messenger of God". La storia è raccontata dal Washington Post.



8. Obiettivo dello Stato Islamico è costruire uno Stato?

Lo Stato Islamico non riconosce la comunità internazionale, non ha bisogno di costruire uno Stato per legittimarsi nella comunità internazionale, tanto meno la sua emanazione mediorientale, che è esattamente ciò contro cui si batte. Non è Hamas, è Al Qaeda. Un Al Qaeda 2.0.

Al Qaeda, trasformata in Stato Islamico, riscopre la capacità di combattimento sul terreno, che ha avuto in Afghanistan e che non ha avuto in Iraq negli anni peggiori della guerra - 2006/2008. Con la differenza, però, che sia in Afghanistan sia in Iraq Al Qaeda era ospite di qualcun altro.

Al Qaeda ha tratto la lezione dalla sua debolezza: da essere parassita in un altro corpo ha deciso di ricostituirsi corpo, per poter agire direttamente sul territorio, senza intermediari. Nella consapevolezza che ciò non porterà alla costruzione di uno Stato vero e proprio, questo esperimento temporaneo potrebbe non essere così temporaneo proprio perché Al Qaeda si è sviluppata all’interno di due corpi in putrefazione: Iraq e Siria.

Sono tre i fattori che aiutano a capire la costruzione statale da parte dell'Isis:

1) L’organizzazione territoriale: serve a manifestare la plausibilità del progetto del califfato e a rievocare quello che diceva Al Zarqawi: Damasco e Baghdad sono le due capitali storiche dei grandi califfati arabi.

2) Reclutamento sul territorio: legione straniera motivata in piena tradizione di Al Qaeda, fanatica e senza nulla da perdere. I locali sono una base operativa. Pronti a dimostrare che è in grado di svolgere un’azione politica di ampio respiro.

3) La nemesi: le rivoluzioni arabe avevano messo da parte al Qaeda. Il fallimento delle rivoluzioni arabe ha riportato in auge Al Qaeda in una versione post-moderna che comunica come noi.

Tuttavia, restano dei barbari intelligenti, questo però ci da anche la dimostrazione che il terrorismo arabo e mediorientale non è tutto la stessa cosa. Questo non è un movimento di liberazione nazionale, sono feroci assassini. Non c’è trattativa.

(In collaborazione con Vittorio Emanuele Parsi)

 

9. Chi c'è dietro allo Stato Islamico e come combatterlo?

Cresce l'opinione, in Iraq, che gli Usa stiano usando l'Isis come scusa per intervenire di nuovo in Medio Oriente. Tuttavia, un docente dell'Università al-Azhar del Cairo, uno dei principali centri d'insegnamento religioso dell'Islam sunnita, sostiene che il terrorismo islamico nasca dal movimento salafita.

Come si fa a sconfiggere lo Stato Islamico? Risponde Chelsea E. Manning, militare e attivista statunitense.

Intanto, al confine con la Turchia i curdi combattono contro lo Stato Islamico. Bambini curdi a Yumurtalik, in Turchia (nella foto qui sotto) e 140mila siriani, perlopiù curdi, hanno attraversato il confine per entrare in Turchia e cercare rifugio.

10. Il documentario

Il reporter di VICE News Medyan Dairieh ha passato tre settimane tra i combattenti dello Stato Islamico a Raqqa, in Siria. Dairieh è un corrispondente di guerra ed è il primo giornalista di una testata occidentale a realizzare un reportage sullo Stato Islamico.

Il documentario è diviso in cinque parti: la diffusione del Califfato, il reclutamento dei bambini per il jihad, il rafforzamento della sharia, il trattamento dei cristiani rimasti in città e lo stato in cui si trova il confine tra Siria e Iraq. Il video mette in luce come funziona il nuovo Stato: leggi, tribunali, tasse e reclutamento, mentre i soldati combattono al fronte.

 

Terrorismo ed estremismo islamico «scaturiscono dai testi sacri dell’islam o sono prodotto di fattori che hanno snaturato le fondamenta dell’islam?». Entra subito in medias res Ayaan Hirsi Ali in un articolo per Foreign Policy. La scrittrice somala, autrice della sceneggiatura di Submission, il cui regista, l’olandese Theo Van Gogh, è stato ucciso da un estremista islamico nel 2004, cerca di andare alla radice dell’ideologia estremista per capire «come possiamo vincerla».

I TRE GRUPPI. Innanzitutto distingue tra l’islam e i suoi fedeli, identificando tre gruppi: i “musulmani di Medina”, i “musulmani della Mecca” e i “musulmani riformatori”. Il primo gruppo è «il più problematico, quello dei fondamentalisti che sognano un regime basato sulla sharia, la legge religiosa islamica», e un islam identico a quello del VII secolo. Costoro, che vogliono imporre la sharia «seguendo l’esempio del profeta Maometto quando viveva a Medina, sfruttano il rispetto che i loro compagni musulmani nutrono per la sharia come il codice divino che ha la precedenza sulle leggi civili».

MAGGIORANZA DEI MUSULMANI. Il secondo gruppo, che costituisce «la maggioranza del mondo musulmano è composto da musulmani fedeli al cuore del loro credo e che lo seguono in modo devoto pur non essendo inclini a praticare la violenza o anche solo l’intolleranza verso i non musulmani». Purtroppo, questi non intendono «riconoscere che intolleranza e violenza sono giustificate dai loro stessi testi religiosi».

FUTURO DELL’ISLAM. Il terzo gruppo «promuove la separazione tra religione e politica e altre riforme. Alcuni sono apostati, ma la maggioranza sono credenti, tra i quali anche molti imam». Il futuro dell’islam, per Hirsi Ali, dipende da «quale dei due gruppi di minoranza – i musulmani di Medina e i riformatori – vinceranno il favore della maggioranza».

MAOMETTO DELLA MECCA. Ma per capire se davvero «la violenza è insita nella dottrina dell’islam, è importante guardare all’esempio del suo fondatore, Maometto, e ai passaggi del Corano e degli hadith usati per giustificare la violenza». Maometto, continua la scrittrice, «ha predicato alle tribù di abbandonare i loro dèi e di accettare il suo. Ha predicato la carità e la benevolenza verso le vedove e gli orfani», nonché la tolleranza.

MAOMETTO DI MEDINA. Ma poiché non venne ascoltato e fu anzi perseguitato, «scappò a Medina, dove riunì un esercito con il quale mosse guerra» ai suoi nemici. «Chi cerca sostegno per la jihad armata nel nome di Allah lo troverà nei passaggi del Corano e degli Hadith che riguardano il periodo di Maometto a Medina». Hirsi Ali cita tre passaggi del Corano: «Non sono eguali i credenti che rimangono nelle loro case (eccetto coloro che sono malati) e coloro che lottano con la loro vita e i loro beni per la causa di Allah. A questi Allah ha dato eccellenza su coloro che rimangono nelle loro case e una ricompensa immensa» (Sura 4:95); «Preparate, contro di loro [i miscredenti], tutte le forze che potrete [raccogliere] e i cavalli addestrati per terrorizzare il nemico di Allah e il vostro e altri ancora che voi non conoscete, ma che Allah conosce» (Sura 8:60); «Combattete coloro che non credono in Allah e nell’Ultimo Giorno, che non vietano quello che Allah e il Suo Messaggero hanno vietato, e quelli, tra la gente della Scrittura, che non scelgono la religione della verità, finché non versino umilmente il tributo, e siano soggiogati. Dicono i giudei: “Esdra è figlio di Allah”; e i cristiani dicono: “Il Messia è figlio di Allah”. Questo è ciò che esce dalle loro bocche. Li annienti Allah. Quanto sono fuorviati!» (Sura 9: 29-30).

«LA DUALITÀ DELL’ISLAM». Secondo tutte le principali scuole di giurisprudenza islamica questi versi, venendo dopo dal punto di vista temporale, hanno «abrogato, cancellato e rimpiazzato quei versi del Corano che invocano tolleranza, compassione e pace». Questa «dualità all’interno dell’islam» è quella che genera confusione: «Se si vuole dire che l’islam è religione di pace, basta citare l’esempio di Maometto alla Mecca. Ma proprio come fa lo Stato islamico, si può anche ricordare che a Maometto è stato rivelato di comandare ai musulmani di proclamare la jihad fino a quando ogni essere umano sul pianeta non accetti l’islam e si sottometta. Il punto non è se l’islam sia una religione di pace ma piuttosto se i musulmani seguiranno il Maometto di Medina, sunniti o sciiti che siano».

POLITICAMENTE CORRETTO. L’errore comune alla posizione dei politici o accademici che parlano di terrorismo o salafismo o islam politico o wahabismo, come se fossero degli accidenti nel mondo musulmano, risiede proprio nel «negare che vi sia una giustificazione religiosa nel Corano e negli Hadith per la violenza e la discriminazione». Il problema della «radicalizzazione comincia molto prima che un attentatore kamikaze si cinga la veste esplosiva o imbracci il fucile; comincia nelle moschee e nelle scuole dove gli imam predicano odio, intolleranza e sequela nei confronti dell’islam di Medina».

NON BASTA L’ISLAM MODERATO. Per la scrittrice fuggita dal marito sconosciuto a cui il padre l’aveva sposata a forza a 22 anni senza neanche dirglielo, non basta relazionarsi con gli «imam moderati, perché questi continuano a negare che violenza e intolleranza abbiano in alcun modo a che fare con l’islam. Non c’è mai invece una discussione all’interno dell’islam su come cambiare». Ma è proprio questo ciò di cui i musulmani hanno bisogno per impedire che «governi dispotici, guerre civili, anarchia e disagio economico» aggravino la crisi dell’islam.

SERVE L’EDUCAZIONE. Il punto fondamentale, conclude Hirsi Ali, è l’educazione. «Non vinceremo semplicemente sconfiggendo lo Stato islamico o Al-Qaeda o Boko Haram o Al-Shabaab» perché qualcuno «prenderà sempre il loro posto». «Vinceremo solo contrastando il messaggio di morte, intolleranza» con uno di «vita, libertà e ricerca della felicità».

 

Cos'è il fondamentalismo islamico?

Intervista con Massimo Campanini, che ci racconta cos'è, come è nato e come si sta trasformando il fondamentalismo islamico
 
Cos'è il fondamentalismo islamico

Un miliziano sventola la bandiera dell'Isis a Raqqa, roccaforte dello Stato Islamico in Siria. Credit: Reuters

Massimo Campanini è un esperto orientalista italiano, che si interessa particolarmente all'interpretazione del Corano e al pensiero politico islamico. Insegna Pensiero islamico e Storia dei paesi islamici all'Università degli studi di Trento e in passato ha insegnato Storia e istituzioni del mondo musulmano all'Università di Urbino. Il giornalista italiano Andrea De Pascale l'ha intervistato, in esclusiva per TPI, per cercare di capire come nasce e come si è sviluppato il fondamentalismo islamico.

Cominciamo dalle origini. Quando e come nasce il fondamentalismo islamico?

 

Dal punto di vista storico il fondamentalismo-radicalismo nasce come un'estremizzazione delle tendenze riformiste della nahda (in arabo rinascita) e dell'islah (riforma), cioè il rinascimento politico e intellettuale del mondo arabo-islamico tra Ottocento e Novecento.

Le prime forme di fondamentalismo nacquero tra la metà degli anni Sessanta e gli anni Ottanta, dopo il crollo degli ideali laici e nazionalisti dell'epoca di Gamal Abdel Nasser, presidente dell’Egitto tra il 1956 e il 1970, eroe del socialismo e del nazionalismo arabo.

Il riformismo nahda-islah aveva fatto fare molti passi in avanti al mondo musulmano e negli anni della decolonizzazione presidenti come Nasser si erano ispirati alle ideologie laiche europee. Ma quando l'applicazione di queste ultime nel mondo arabo è fallita, l'Islam ha rioccupato gli spazi ideologici e identitari. 

Quand’è che il radicalismo conosce un salto di qualità?

A partire dagli anni Novanta, quando l'estremismo ispirato a Sayyed Qutb si trasforma in vari casi (ad esempio al-Qaeda) in terrorismo. Qutb è considerato il padre del moderno fondamentalismo islamico. Tra  gli anni Cinquanta e Sessanta fu l’ideologo dei Fratelli Musulmani, organizzazione islamista diffusa soprattutto in Egitto e Palestina. Qutb aveva teorizzato la necessità di combattere i regimi oppressori e miscredenti. Fu impiccato nel 1966, accusato di voler compiere un colpo di stato.

I perché di questa ulteriore radicalizzazione non sono tutti facilmente spiegabili: l'Occidente ha le sue colpe col neocolonialismo e le disgraziate guerre dei Bush, l'Arabia Saudita le sue nel finanziare i movimenti più reazionari, la crisi economica e la povertà esasperano le reazioni. Motivazioni comunque più politiche che religiose. E con gli attentati degli ultimi mesi il rischio di incorrere in una islamofobia diffusa è grande.

Ci aiuti a comprendere meglio cosa sta accadendo. Cosa spinge gli estremisti islamici a compiere azioni di questo tipo?

Il radicalismo è un'estremizzazione teorica e pratica che strumentalizza concetti religiosi per fini politici, e da verificare è se questa strumentalizzazione sia cosciente oppure spontanea, per così dire "onesta".

Gli obiettivi di organizzazioni come al-Qaeda e Isis sono anti-islamici, in primo luogo perché scatenano una guerra intestina tra i musulmani, una fitna, che è esplicitamente condannata dal Corano; in secondo luogo perché fanno del messaggio liberatorio e rivoluzionario del Corano il pretesto per una violenza cieca.

L'opposizione tra amici e nemici è uno sviluppo salafita - ovvero di un movimento ultra-conservatore e favorevole alla guerra santa - all'interno dell'Islam sunnita, che il Corano non contempla. La stessa rivendicazione di al-Baghdadi di essere califfo non ha alcun fondamento nella tradizione del pensiero politico islamico.

Cosa risponde, quindi, a quelli che accusano l’Islam di possedere un Dna violento?

Cominciamo col dire che tutte le religioni, comprese quelle più ireniche come il buddhismo, hanno un nocciolo violento: per natura la religione professa di possedere la verità mentre gli altri sono in errore, è un’idea condivisa anche da buddhismo e induismo. Inoltre, i testi sacri dell'ebraismo non sono meno violenti del Corano, anzi lo sono forse ancor di più, ma le circostanze dell'applicazione storica dei princìpi sono state diverse.

Il Corano ammette certo la liceità del combattimento, ma anche il Deuteronomio - quinto libro della Torah ebraica e della Bibbia cristiana - dice che, dopo aver conquistato una città, bisogna passarne a fil di spada gli abitanti: forse allora è proprio il monoteismo semitico tout court che è più violento degli altri credi.

Infine, se il Corano è responsabile dell'Isis, allora anche il Vangelo lo è dei roghi di Giordano Bruno e Francesco Pucci o dello sterminio degli indiani d'America considerati come animali, così come Also sprach Zarathustra lo è del nazismo. Ma il Corano è anche potente testo di liberazione, cosa che la Bibbia ebraica non è. Il Vangelo lo è in parte, ma con molte ambiguità. Il problema di tutti i testi sacri è la loro interpretazione, e l'interpretazione è un fatto umano, troppo umano anche ammettendo l'origine divina della rivelazione.

Secondo lei, cos’è che non sta funzionando nelle politiche adottate per la lotta al terrorismo?

Credo fondamentalmente che l’atteggiamento dell’Occidente nei confronti dell’Isis sia troppo attendista e in certo senso passivo. Delegare, per esempio, ai curdi la resistenza in Siria e Iraq è strategia perdente: i curdi da soli non saranno mai in grado di sconfiggere l’Isis. L’Occidente, Stati Uniti in testa ma anche Francia e Gran Bretagna, è sempre stato pronto, anzi rapido a scatenare guerre e invasioni quando i suoi interessi erano minacciati.

 

Perché questa volta non lo fa? Soprattutto se è vero che l’Isis rappresenta un pericolo mortale?

I casi sono due: o l’Isis è meno pericoloso di quello che sembra e dunque non c’è fretta di combatterlo, o l’Isis, per così dire, “serve”, “ci fa comodo”. Dato che la prima ipotesi è da scartare, resta da chiedersi: cui prodest? A chi giova?

Non amo le dietrologie, per cui dico: non lo so. Ma certo l’Isis è utile ad alimentare l’islamofobia, a consolidare l’immagine dell’altro-nemico, quell’Islam dipinto come violento e aggressivo per natura che nell’immaginario occidentale ha sostituito lo spettro del comunismo.

Naturalmente, non è scelta facile organizzare una spedizione militare in Libia o in Siria, ma nel 2003 gli USA di George W. Bush ci hanno messo poche settimane a decidere di invadere e annientare l’Iraq di Saddam che, a quell’epoca, non costituiva più alcun pericolo e che dunque è stato combattuto senza motivo apparente.

Tra gli obiettivi principali del Califfato c’è sicuramente la Tunisia, unico tra i paesi arabi ad aver visto trionfare le istanze della primavera araba. Quali sono le sfide che si trova a dover affrontare oggi la giovane democrazia del Maghreb?

La destabilizzazione della Tunisia avrebbe un alto valore strategico e simbolico. Strategico perché consentirebbe di approfondire il buco nero libico, col pericolo di attrarvi e risucchiarvi l’Algeria e soprattutto l’Egitto, che a sua volta sta attraversando un periodo di grave instabilità. Simbolico perché l’Isis dimostrerebbe ai suoi simpatizzanti di essere davvero in grado di vincere.

La Tunisia sta attraversando una transizione difficile di consolidamento democratico in cerca di equilibrio tra islamisti e laici. Una spallata come quella dell’Isis, che tra le altre cose annullerà per molto tempo il turismo, rischia di interrompere questa complicata transizione con ricadute al momento imprevedibili. Quanto successo lo scorso 27 giugno nella moschea di al-Imam al-Sadiq in Kuwait, invece, ci pone di fronte all’annosa questione che lega sciiti e sunniti.

 

Da dove ha origine il loro conflitto?

Sunniti e sciiti si sono guardati reciprocamente in cagnesco per secoli, accusandosi gli uni gli altri di essere eretici. Altrettanto, però, per secoli sunniti e sciiti sono convissuti pacificamente all’ombra degli imperi sovranazionali: dagli ottomani ai mughal nel subcontinente indiano. I conflitti aperti sono stati sporadici e in certo senso marginali, come quando i Wahhabiti sunniti nel diciottesimo secolo hanno saccheggiato i santuari sciiti in Iraq.

Ma, ripeto, in genere per secoli la convivenza è stata pacifica. L’attuale esplodere di genocidi reciproci è il frutto ulteriore di una strumentalizzazione politica della religione. Non si può dire quando le cose cambieranno: probabilmente solo quando l’assetto della regione si sarà ristabilizzato e la religione non sarà più brandita come pretesto per giustificare la predominanza sciita in Iraq o la predominanza sunnita dell’Isis in Siria.

Con gli attentati compiuti dagli uomini del Califfato aumenta la distanza tra Isis e al-Qaeda, che invitava prima di tutto alla jihad contro gli americani e i governi locali loro alleati.

 

Cos’è cambiato rispetto al passato?

Il terrorismo dell’Isis è diverso da quello di al-Qaeda, in parte perché colpisce in modo più indiscriminato e crudele, facendo delle uccisioni e delle decapitazioni uno strumento di comunicazione mediatica che al-Qaeda non utilizzava.

Ma soprattutto perché sembra avere fini diversi. Da un lato, l’Isis rivendica in modo più esplicito e mirato l’idea di califfato: anche al-Qaeda certo aspirava all'instaurazione dello stato islamico ma l’Isis è più preciso nel dire che questo stato islamico è proprio il califfato, cioè il sistema politico perfetto dell’epoca dei successori del Profeta. Tutto questo ha un alto valore simbolico e potenzialmente mobilitante.

D’altro lato, mentre al-Qaeda preferiva colpire prima il nemico lontano, cioè l’Occidente, e solo poi il nemico vicino, cioè i regimi falsamente musulmani (secondo il suo punto di vista) dei Paesi arabi, l’Isis rovescia la prospettiva: si tratta prima di consolidarsi e radicarsi in Medio Oriente - in Siria, in Libia, in Yemen e potenzialmente in quei Paesi attaccabili dal virus jihadista, come la Tunisia - e poi da questo trampolino di lancio proiettarsi verso l’Europa.

Per concludere, quale ruolo, secondo lei, dovrebbero assumere gli altri musulmani nel mondo?

I musulmani nella stragrande maggioranza non sono favorevoli al terrorismo, vogliono la pace esattamente come tutti. L’importante è credergli e smetterla - come fanno invece la stragrande parte dei mass-media - di indicarli come mentitori e parlanti con lingua biforcuta, convinti che l’Islam sia per natura violento e assassino. 

Intervista a cura di Andrea De Pascale.

Alcuni incisi sono stati aggiunti all'intervista originale dalla redazione di TPI per contestualizzare o chiarire alcuni concetti.

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