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In collaborazione con le Redazioni - NotizieWeb 24/24; DangerNews; The Curious MagazineWeb

20 Aug

Le piramidi

Pubblicato da DangerNewsStaff  - Tags:  #Enigmi

Prima della nascita di Gesù Cristo, quando Alessandria d’Egitto primeggiava tra tutte le città dell’antica Grecia, esistevano sette grandi meraviglie monumentali che superavano, per fama d’inimmaginabile maestosità, qualunque altro monumento esistente sulla Terra.

Di quelle meraviglie, ben sei sono scomparse: i giardini pensili di Semiramide a Babilonia; la statua di Zeus a Olimpia; il tempio di Artemide a Efeso; il mausoleo di Alicarnasso; il Colosso di Rodi ed il Faro di Alessandria. Sono arrivate fino a noi quasi incolumi soltanto le famose Piramidi d’Egitto.

Queste Piramidi d’Egitto hanno ispirato, per secoli, un enorme rispetto reverenziale non soltanto per la loro effettiva grandiosità, ma anche, e soprattutto, per l’estrema precisione geometrica con cui sono state costruite.

Persino il Tempio di Stonehenge sembra meno maestoso, paragonato a queste Piramidi. Infatti, da un veloce confronto con questo grande Tempio Druido, con le sue 10.000 tonnellate di pietre rozzamente squadrate, è facile dedurre che nelle Piramidi egiziane è stata utilizzata una quantità di pietre, finemente squadrate, 25 volte più grande.

Senza considerare il fatto, poi, che il sistema per edificarle rimane ancora oggi un mistero e che, perfino con le nostre attuali conoscenze tecnologiche, noi stessi incontreremmo non poche difficoltà ad edificarne di uguali.
L’egittologia contemporanea non ha risposte convincenti in merito ai molti misteri che circondano queste Piramidi. Un profondo silenzio, dopotutto, le circondava anche presso gli stessi egiziani che erano molto riservati, al riguardo, essendo, le più intime conoscenze, prerogativa assoluta di una ristrettissima cerchia d’individui.

Lo storico Erodoto, che trascorse in Egitto un lungo periodo di permanenza, fu il primo a parlare delle Piramidi nel suo Le Storie - Libro II, magnificando così una delle sette meraviglie del mondo, le tre Piramidi della piana di Giza, appunto, nel tentativo di risalire alle loro origini e ai motivi della loro costruzione.

“Vengo ora a dilungare il mio discorso intorno all’Egitto, poiché molte cose meravigliose esso possiede e offre opere superiori ad ogni racconto…” scrive, infatti, nel V secolo a.C. presentando la narrazione del suo viaggio in Egitto

Queste tre Piramidi, costruite presumibilmente tra il 2600 ed il 2400 a.C., portano i nomi dei loro costruttori e sono la Grande Piramide di Khufu (Cheope), la Piramide di Khafra (Chefren) e la piccola (rispetto alle prime due) Piramide di Menkaura (Micerino).

Ancora oggi, la Grande Piramide di Khufu, nella sua superba maestosità, ci lascia senza fiato, ergendosi possente nel deserto del Cairo più simile ad un singolare elemento geometrico del paesaggio che ad un’opera umana.
Essa si erge quadrata come tutte le altre, ma fra tutte è quella meglio rifinita, nonostante abbia perso, nei secoli, il rivestimento di pietre bianche e finemente levigate, tratte dalle cave di Tura, sulla riva del Nilo, che doveva renderla vivacemente luccicante ai raggi del Sole.
Le sue facce laterali sono allineate con i punti cardinali con precisione sbalorditiva. Le discrepanze, infatti, non superano i tre minuti d’arco in ogni direzione, con una variazione inferiore allo 0,06%.
Il suo perimetro misura quasi un chilometro e si estende in un’area di oltre 53.000 metri quadrati. Al suo interno, la sola tomba del Faraone Cheope è composta all’incirca da due milioni e mezzo di blocchi in pietra calcarea, del peso medio di 2,6 tonnellate ciascuna, per un totale di circa 6,3 milioni di tonnellate.
Sembra addirittura che i blocchi di pietra bianca utilizzati per il rivestimento, incastrati l’uno all’altro con una tale precisione da non far passare neanche un ago, fossero addirittura più grandi di quelli usati per la costruzione, pesando in media quindici tonnellate ciascuno.

Ebbene, osservando la disposizione di queste Piramidi ci si accorge immediatamente che la cosa che hanno tutte e tre in comune è il fatto di avere i quadrilateri di base allineati in direzione del meridiano terrestre. I lati, cioè, corrono da sud a nord puntando il Polo Terrestre con un margine di errore davvero irrilevante, essendo pari a 3° nel caso della Piramide di Cheope, a 6° nel caso di quella di Chefren, e a 14° in quella di Micerino.

Tutte le Piramidi d’Egitto hanno questa caratteristica. Ma il significato assunto da questo particolare allineamento ci è ancora sconosciuto.

Ma come hanno fatto gli antichi costruttori egiziani a realizzare questi allineamenti con tanta precisione?
L’ipotesi più probabile è che gli egiziani sapevano, pur non conoscendo (forse) i fenomeni legati alla “Precessione degli Equinozi”, che il Polo Nord Celeste, che oggi si trova a circa un grado dalla stella alfa della costellazione dell’Orsa Minore, si trovava, allora, a circa due gradi dalla stella Thuban, stella alfa della costellazione del Dragone ed era situato in direzione della linea immaginaria che congiungeva le stelle Mizar dell’Orsa Maggiore e la stella Kochab dell’Orsa Minore.
L’ascensione retta tra le due stelle, infatti, differiva di sole 12 ore. Ciò vuol dire che, in particolari giorni dell’anno, le due stelle non solo si trovavano perfettamente allineate nel cielo, ma generavano anche una linea immaginaria perfettamente perpendicolare all’orizzonte terrestre. Questa linea immaginaria indicava inequivocabilmente e con estrema precisione il Polo Nord Celeste. Ciò avrebbe consentito agli egiziani di costruire le Piramidi direzionandole con estrema precisione.

L’unica cosa che ci lascia un po’ perplessi sulle Piramidi di Giza è l’asimmetria relativa alla loro disposizione.
La Piramide di Khufu e quella di Khafra hanno in comune la diagonale sud-ovest, mentre la Piramide di Menkaura è leggermente spostata verso est.
Inoltre non si riesce a capire perchè la Piramide di Menkaura è più piccola rispetto alle altre due, cosa che giustifica la sua deviazione simmetrica dalla diagonale sud-ovest delle altre.

Robert Bauval ed Adrian Gilbert nel loro Best Sellers “Il Mistero di Orione” hanno formulato una ipotesi assai suggestiva. In una calda serata di Novembre, nel lontano 1983, chiacchierando tranquillamente e scrutando i limpidi e sereni cieli notturni dell’Arabia Saudita, i due ricercatori notarono che la Via Lattea, che è il braccio della nostra Galassia più vicino a noi e per questo meglio visibile dalla Terra, somiglia ad un grande fiume che scorre lungo il cielo tracciando la curva dell’Equatore Celeste.
Notarono anche che, sulla riva occidentale dell’orizzonte terrestre, un gruppo di stelle brillava più delle altre: erano le stelle della “Cintura di Orione”. La stella Sirio, inoltre, si levava sull’orizzonte delimitato da una duna sabbiosa, a circa 20° dal prolungamento della linea immaginaria che congiungeva le tre stelle.
Le tre stelle della Cintura di Orione sembravano inclinate in direzione sud – ovest rispetto all’asse della Via Lattea e la stella più piccola sembrava leggermente spostata verso est.
Fu proprio in quella splendida notte che Bauval ebbe la felice intuizione di vedere nella Via Lattea il fiume Nilo e nella Cintura di Orione le tre Piramidi dell’altopiano di Giza.
Inoltre, gli sembrò di vedere, nel gruppo di stelle raffiguranti Sirio e la Costellazione di Orione, il ripetersi del più suggestivo dei miti dell’antico Egitto, descritto nei “Testi delle Piramidi” che costituiscono il corpus più antico della letteratura religiosa funeraria oggi esistente.
Questi testi furono scoperti per caso da un capomastro egiziano all’interno di una delle Piramidi di Saqqara ed il primo a tradurli fu l’archeologo francese Gaston Maspero.
Tra i vari rituali descritti nei “Testi delle Piramidi” il mito di Osiride, che è il rito della rinascita regale, è quello che più ci interessa per comprendere che nell’altopiano di Giza è rappresentato in Terra ciò che è raffigurato in cielo e che la Grande Piramide del Faraone Khufu rappresenta la chiave di lettura dell’intero disegno.

Brevemente:
Osiride era il primo figlio di Nut, la Dea del cielo, i cui altri figli erano Iside, Seth, Nephitys e, forse, Anubis.
Osiride, divinità scesa in terra con sembianze umane, fu il primo re d’Egitto e sua sorella Iside divenne la sua consorte.
Osiride fu un re buono e giusto e stabilì il dominio della legge (maat).
Con l’aiuto del Dio Thot, suo visir, insegnò agli uomini la religione e le arti della civiltà, così l’Egitto, nel quale tutti vivevano in pace, divenne ricco, prospero e potente.
Purtroppo, però, non tutti erano felici in Egitto e tanto meno Seth, il fratello di Osiride. Costui complottò contro Osiride, lo uccise e tagliò il suo corpo in tanti piccoli pezzi che sparpagliò per tutto l’Egitto.
Iside alla morte del marito era ancora senza figli, dunque Osiride non aveva alcun erede che potesse prendere il suo posto. Iside, allora, riunì segretamente tutti i pezzi del corpo del marito, ricostituì il suo corpo per intero e, recitando il rituale della rinascita, riportò Osiride temporaneamente in vita. Iside ed Osiride, così, si unirono un ultima volta e concepirono un figlio: un erede chiamato Horus.
Dopo aver concepito Horus, Osiride se ne andò in cielo, trasformandosi nella costellazione di Orione per governare sul Duat, il Regno celeste dei morti.
Nel frattempo, Horus crebbe forte e robusto e, quando diventò un Principe ricco e potente sfidò a duello lo zio Seth per stabilire chi di loro avesse diritto al trono d’Egitto.
Durante il combattimento entrambi rimasero gravemente feriti e mutilati in alcune parti del corpo, ma poiché nessuno dei due riusciva a vincere sull’altro, fu necessario l’intervento di un Dio per porre fine alla controversia.
Il Dio Sole, dunque, intromettendosi per porre fine allo scontro, emise un giudizio favorevole su Horus proclamandolo Faraone d’Egitto perché primo in linea di successione.

Il Duat, nel frattempo, con la trasformazione di Osiride in costellazione di Orione, divenne una precisa regione del cielo occupando un posto speciale nella religione dell’antico Egitto: era il luogo del cielo in direzione del quale tutte le anime dei defunti dovevano essere incanalate per raggiungere il Regno dei morti e, in esso, la pace perpetua.
Ecco perché, per gli antichi Egizi, lo studio dell’astronomia era prerogativa dei Sacerdoti del Faraone: essa rivestiva un manto di estrema sacralità.
In particolare, dunque, nella costellazione di Orione, visibile dall’Italia nelle fredde notti invernali, gli egiziani vedevano raffigurata l’immagine di Osiride e nei geroglifici, il Duat era raffigurato, appunto, da una stella chiusa da un cerchio.

Ebbene, sulla sponda orientale del Nilo sorgeva la città sacra di Annu, chiamata successivamente dai greci Eliopoli. I Sacerdoti di Eliopoli erano seguaci di un culto molto importante secondo il quale l’Egitto era l’immagine stessa del cielo del quale, l’intero paese, rappresentava il magico ordine cosmico.

Il Faraone era il Sommo Rappresentante, sulla Terra, di questo ordine cosmico e veniva considerato la reincarnazione di Horus, figlio di Iside ed Osiride, che, rinascendo sempre dopo la morte e trasformandosi in essere stellare come il padre, ridiscendeva sulla Terra reincarnandosi nel corpo del Faraone successivo, per continuare a regnare in Egitto per sempre.

Dunque, poiché i Faraoni erano “Dei”, la loro immortalità poteva spiegarsi solo in termini religiosi di rinascita dal Regno dell’Oltretomba di Osiride.

In virtù di questo culto, l’Egitto, era considerato il riflesso del cielo e ogni cosa, sulla Terra, doveva riflettere ciò che, per volontà divina, era raffigurato in cielo. Gli antichi Testi della Piramide di Unas a Saqqara, infatti, indicano il fiume Nilo come la rappresentazione terrestre della Via Lattea.
Non bisogna fare un grande sforzo, dunque, per capire che nessuna delle similitudini riscontrate nell’altopiano di Giza e nelle Piramidi d’Egitto è “soltanto” una coincidenza.

Le dimensioni anomale delle tre Piramidi e lo spostamento della Piramide di Menkaura è spiegabile scientificamente soltanto con un progetto legato alle tre stelle della cintura di Orione: Al Nitak, Al Nilam e Mintaka, la più piccola delle tre. Inoltre, all’interno della Grande Piramide, si trovano la “Camera del Re” e la “Camera della Regina”, collegate entrambe da una grande galleria. Da ciascuna di queste “Camere” partono due stretti cunicoli. Uno di questi è orientato verso nord e l’altro verso sud.
Il significato di questi cunicoli, ancora incerto per alcuni studiosi, ha sconcertato gli egittologi per lungo tempo. Basti pensare che i due condotti della “Camera del Re” sono noti sin dal XII° secolo, periodo in cui si pensava che altro non fossero se non condotti per la ventilazione.

Nel 1924, però, un egittologo belga, suggerì un’altra funzione plausibile, ritenendo che questi condotti svolgessero una funzione religioso funeraria. Questo egittologo, infatti, ritenne che questi canali servissero ad offrire un passaggio direzionale verso le stelle al Faraone ed alla sua Regina, raffigurata in cielo dalla stella Sirio, che si trova, appunto, un po’ più in basso rispetto ad Orione.
Complicatissimi calcoli astronomici, effettuati in seguito alle intuizioni dello studioso, confermarono, poi, sbalorditivamente che, tenendo conto della cosiddetta “precessione degli equinozi” (fenomeno che fa spostare l’asse di rotazione terrestre da una stella all’altra, in un ciclo che si compie, in media, ogni 26.000 anni) i cunicoli delle due “Camere” puntavano verso il cielo: “il passaggio settentrione per il viaggio dell’anima verso le imperiture stelle circumpolari (circumpolari = stelle che non sorgono né tramontano mai), quello meridionale per il viaggio verso Orione”.

Il mito di Iside e di Osiride, dunque, si ripete in questo modo ogni notte sia in cielo che in terra e lo farà fino a quando il tempo manterrà intatte le Piramidi, concepite, appunto, per durare “per l’eternità”.

Le Piramidi, dunque, sono veramente soltanto delle tombe?
Questo nessuno lo sa, ancora.
Sappiamo soltanto che, lungi dall’essere un luogo dominato dalla fredda oscurità della morte, la Piramide rappresentava, per gli antichi Egizi, un monumento sacro di luce, speranza, immortalità e prosperità eterna.

a cura di Danila Zappalà
Fonte Controcampus rubrica "IL PROFESSIONISTA

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