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In collaborazione con le Redazioni - NotizieWeb 24/24; DangerNews; The Curious MagazineWeb

08 Dec

RACCOLTA delle più significative credenze popolari e superstizioni italiane

Pubblicato da The world Company  - Tags:  #BLOG

Le superstizioni hanno sempre fatto parte del mondo dei giochi d’azzardo. Alcune superstizioni sono considerate valide in tutto il mondo, mentre altre sono specifiche e cambiano dipendendo dal paese. Ogni cultura considera diversamente quali possono essere gli elementi della fortuna e della sfortuna.Molti giocatori credono che la loro fortuna o sfortuna dipende dalle situazioni oppure dalla forma in cui attuano in una determinata situazione. I giocatori d’azzardo credono che le superstizioni hanno un effetto fortissimo; a volte anche il solo menzionare una parola apparentemente innocua nel momento sbagliato, viene considerato come un elemento di sfortuna. I più esperti hanno le loro proprie credenze e superstizioni; ma ci sono alcune credenze che sono condivise dalla più parte dei giocatori d’azzardo.Tra i giocatori d’azzardo è popolare credere che siano elementi di fortuna il bussare prima di tirare i dadi, accomodare nitidamente tutte le fiches da gioco, incrociare le dita o indossare qualcosa di rosso. I cinesi credono che scegliere il numero giusto può essere un elemento determinante per la fortuna. Alcuni giocatori d’ azzardo cinesi evitano alcuni numeri di stanze negli alberghi. Per esempio: “stanza numero 58”, detto in Cinese ha un’ assonanza fonetica con la frase “non prospererà” oppure "4" ha un’ assonanza fonetica con la parola “morire”. Invece il numero di stanza "18" ha un’ assonanza fonetica con “prospererà definitivamente” oppure "84" ha un’ assonanza fonetica con “prospererà fino alla morte”.


Eccovi alcune scaramanzieprime di andare a giocare al casinò
Non contare I soldi, mentre stai giocando.
Stare lontano dal sesso e dalle donne (per gli uomini).
Evitare di vedere monaci e monache prima di recarsi al casinò.
Indossare biancheria intima di color rosso.
Non toccare le spalle di qualcuno quando sta per giocare.
Le donne vincono di più quando sono indisposte.
Non registrarsi in un albergo con il numero 4 o 14.
Non entrare dall’entrata principale dei casinò.
Accendere tutte le luci di casa prima di andarea giocare in un casinò

CONTRO LE FATTURE IN PIEMONTE
Per scoprire la strega e cacciarla:
arroventare le catene della stalla e batterle con un bastone.
(In tutto il Piemonte)

Per impedire alla strega di rientrare nella casa:
circondare la casa con un filo di canapa filato da una ragazza vergine, che non abbia mai prima di allora preso un fuso in mano.

Mettere in fuga diavoli e streghe:
mettere sulla porta alcuni fuscelli a forma di croce.

Allontanare il maleficio dagli abiti:
far bollire gli abiti, pensare intensamente alla masca e recitare alcune formule di esorcismo.
(Cuneese)

Distrarre la strega:
portare al collo o in tasca un sacchetto contenente una certa quantità di sale fino. La strega si metterà a contare i granellini.
(Piemonte e anche in Calabria)

Allontanare la fattura:
bollire sette foglie di malva e altre erbe, mentre la vecchia del paese pronuncia alcune formule magiche; battere con bastoni sul paiolo.
(Val di Susa)

Allontanare il maleficio dal burro:
fare il burro dal lunedì al giovedì, non il venerdì e il sabato, che sono giorni di Sabba; aggiungere un pizzico di sale.
(Val di Susa)

Per sfuggire alle masche:
mettere alcune pietre bianche sui tetti delle case.
(Balme e val d'Ala)

Impedire alle masche di avvelenare l'acqua:
gettare negli abbeveratoi del bestiame tre foglie di ulivo pasquale e spruzzare con acqua benedetta.
(Biellese)

SUPERSTIZIONI SULLE FARFALLE
In Toscana le ragazze alla vista di una farfalla recitavano questa filastrocca: "farfalla nera, ventura mi mena, farfalla bianca sventura non manca". In liguria veniva recitata una cantilena simile, ma invertendo il significato dei colori.
Vedere tre farfalle posate insieme sulla stessa foglia o sullo stesso fiore porta male.
In sicilia, una farfalla che vola attorno ad un lume viene considerata un'anima del purgatorio.
Le farfalle sono considerate spiriti dei trapassati e non vanno mai uccise, pena gravi sciagure

L'ARCOBALENO
Quando per 40 anni non si vede un arcobaleno, la fine del mondo e' vicina.
Quando nell'arcobaleno prevale il rosso, si prevede un'annata buona per il vino.
Se prevale il giallo, l'annata sara' favorevole per il frumento.
Se invece prevale il verde, allora sara' propizia per l'olio.
In Toscana, se un bambino passa sotto l'arcobaleno, cambiera' sesso.
Secondo diverse tradizioni, alla fine dell'arcobaleno si trova un tesoro, sotto forma di pentola di monete, oro, o un pezzo d'ambra

DI FIAMMIFERI
Se ad una ragazza da marito, si rovescia una scatola di fiammiferi, si sposera' a breve.
Se nella scatola rimane qualche fiammifero, ognuno di questi segnera' , un giorno, una settimana un mese e un anno alla data delle nozze.

LE GAZZE
Vedere una gazza porta male.
Vederne due porta fortuna e annuncia un matrimonio.
Vederne tre vuole dire viaggio imminente.
Quattro, buone notizie in arrivo.
Cinque, incontrare buone compagnie (in germania).
In Sicilia, se uno stormo di gazze volando punta a destra e' augurio di buona annata. Se invece va a sinistra, ci sara' un cattivo raccolto

LA PIOGGIA E GLI ANIMALI
Piovera se:
Le rondini volano basso.
Le anitre si rincorrono e si tuffano.
I gatti si passano la zampa dietro le orecchie.
Le allodole cantano di mattina presto.
Le lumache strisciano all'aperto.
I piccioni sul tetto volgono il capo a est.
Gli asini ragliano molto e scuotono le orecchie.

IL SEGA LA VECCHIA
è un’antica rappresentazione di mezza quaresima del mondo contadino . Un gruppo di persone si improvvisavano attori e giravano per le case dei paesi inscenavano una rappresentazione a carattere burlesco in cui un albero di quercia (la vecchia) veniva simbolicamente abbattuto e segato da parte di due segantini, fino a risorgere tra danze, canti e altre manifestazioni di gioia.Questa usanza era particolarmente diffusa, fino alla fine egli anni '50, in Toscana, Emilia-Romagna ed Umbria. È ancora diffusa anche in Campania, soprattutto nell'antica cittadina di Alife, dove si festeggia a metà del periodo quaresimale ovvero il giovedì che precede la penultima domenica di Quaresima.

MAZZAMURIELLO
Il “mazzamauriello” era una credenza molto diffusa nell’immaginario popolare beneventano e di numerose altre zone della Campania. Egli veniva descritto come uno spiritello domestico furbo, agile e dispettoso che di notte si divertiva a disturbare il sonno delle persone producendo rumori di vario tipo: rottura di piatti, colpi sordi, cigolii di porte; e soffiando nelle orecchie dei dormienti.Questa strana creatura dal volto di fanciullo incorniciato da una cascata di riccioli d’oro era alta circa un paio di palmi ed indossava un cappello rosso dal quale non si separava mai. Nei racconti si narrava dei dispetti che il folletto faceva a coloro che non si erano comportati bene, oppure dei benefici che questi aveva apportato presso le famiglie che lo avevano "ospitato". La sua permanenza nelle case, coincideva, molte volte, con periodi di prosperità e fortuna. Si racconta anche che egli conoscesse il nascondiglio di antichi tesori e che elargisse preziosi doni a chi lo ospitava nella sua casa, purché la sua presenza rimanesse segreta. Infatti, rivelare la sua presenza in casa propria significava attirarsi la sua antipatia e l’accadimento di probabili sventure. Sembra che un tempo, molte donne, prima di mettersi a tavola, portassero nel solaio il pranzo allo spiritello, proprio per accattivarsene la benevolenza. Abbandonando un attimo il significato popolare del nome: il "Mazzamauriello" è lo spirito che "ammazza i mori o morelli - matas moros -", cioè i nemici, e quindi è provvidenziale per la casa il cui entra

IL SERPE REGOLO
Il regolo è un animale fantastico della tradizione Toscana, umbra, abruzzese e sabina. Si tratterebbe di un grosso serpente, dalla testa grande come quella di un bambino, che vive per le macchie, i campi e gli orridi dei monti. Molto vendicativo, perseguita tutti coloro che hanno la sfortuna di incontrarlo e ne pronunciano il nome.
Il serpente Regolo viene chiamato nella bassa Umbria e nella Sabina in dialetto, "lu regulu" o "u regulu", "lu regu" o "u regu". La sua storia ha ispirato la canzone "La tarantella del serpente" de I ratti della Sabina. La tradizione del serpente regolo si riscontra anche in Toscana, dove la tradizione lo vuole come un grosso rettile con squame luminose come di metallo e con due piccole ali.In Umbria si suppone che il regolo sia un serpente a cui è stata mozzata la coda e si sviluppa in larghezza.
Ad Otricoli, nella bassa Umbria, si tramandano racconti su questo animale mitologico a partire dal dopoguerra. Esiste, addirittura, una grotta che si dice abitata dal rettile: la "grotta degli scudi", nella zona archeologica di Ocriculum (il vecchio abitato romano sulle rive del fiume Tevere), dove il serpente proteggerebbe un aureo tesoro. Si dice che il regolo, "u regulu" in dialetto locale, usi ipnotizzare (in dialetto viene utilizzata la parola "abbafare") i malcapitati visitatori della zona archeologica senza poi però torcerne nemmeno un capello

LO STREGO DELLA GARFAGNANA
Lo strego è un personaggio della tradizione popolare della Garfagnana. A differenza di streghe e stregoni classici, dediti a vari esercizi di stregoneria e volti esclusivamente a procurare il male alle persone, lo strego sembra avere un atteggiamento più ambiguo in quanto in molte occasioni si disinteressa degli altri esseri umani preferendo riunirsi in gruppi per svolgere cerimonie non bene identificate.
Nei racconti gli streghi si radunano spesso sui noci dove urlano e ballano, sono invisibili ma al tempo stesso individuabili per i lumini che portano, non danno fastidio alle persone se non per il chiasso che fanno.

BENEANDANTI  FRIULANI
Trattasi di un culto agrario che discende da tradizioni pagane diffuse nel centro nord.
Benandanti (alla lettera significante "buoni camminatori") erano legati ad un culto pagano contadino basato sulla fertilità della terra diffuso in Friuli intorno al XVI-XVII secolo.
Si trattava di piccole congreghe che si adoperavano per la protezione dei villaggi e del raccolto dei campi dall'intervento malefico delle streghe, benandanti erano coloro che nascevano ancora avvolti nel sacco amniotico, quelli che vengono ancor'oggi definiti come i "nati con la camicia", i fortunati, i privilegiati.
La levatrice o la stessa madre dopo il parto, s'incaricavano di conservare una piccola parte della placenta, che nei mesi successivi veniva bendetta, posta in un sacchettino da appendere al collo del neonato come un amuleto benefico e protettore.Un altro dei poteri dei benandanti era quello di vedere i morti in processione e ascoltare i loro messaggi.

LA CACCIA SELVAGGIA
In Italia, soprattutto nell'area alpina, la caccia selvaggia viene associata a lontane luci, scalpitio di zoccoli, abbaiare di cani, urla demoniache, e un forte sibilare del vento. Il protagonista della caccia in questa zona si chiama Beatrik, e viene associato alla figura di Teodorico il Grande. La leggenda col tempo è stata inquadrata in una cornice cristiana che ne ha modificato i suoi connotati soprattutto nell'esito finale, utilizzandola a fini di ammonimento; in questa variante, l'intervento di un religioso riesce ad allontanare il corteo infernale.Nella cultura popolare si racconta della Caccia Selvatica soprattutto nelle zone montane: lungo tutto l'arco alpino e in certi casi anche lungo la catena appenninica, con varianti. La diffusione prevalentemente settentrionale della leggenda però suggerisce il sostrato eminentemente celtico del mito, cui probabilmente si rifà la stessa tradizione nordica.

L'UOMO SELVATICO
L'Uomo selvatico è un essere umano leggendario presente in molte tradizioni popolari italiane, soprattutto alpine e appenniniche, dove assume nomi diversi a seconda della lingua locale:
Homo salvadego in valtellinese Om salvàrech in bellunese, Omo salvatico in lucchese, Om pelos in trentino, Ommo sarvadzo in valdostano.Le storie che riguardano questo essere, comunemente descritto come irsuto e con capelli e barba lunghi, si tramandano da tempo immemore nella tradizione orale. È sostanzialmente un comune mortale che vive al di fuori del consesso umano preferendo i luoghi isolati, la montagna, il bosco. A contatto con la natura ha esaltato al massimo le sue caratteristiche fisiche che gli assicurano la vita: forza, robustezza, fiuto eccezionale per inseguire la preda. È timido, rifugge dal prossimo isolandosi al punto tale da attenuare le sue capacità psichiche fino alla stupidità. Non si lava né si pulisce. Non si rade né si taglia i capelli cosicché questi si fondono raggiungendo le ginocchia. Per questo diventa una figura terrificante esaltata dalla pelle di caprone con cui si ammanta. Un atto gentile lo intenerisce. A volte sente il bisogno di fraternizzare con gli uomini. Allora si ferma insegnando loro i mestieri della malgazione, della lavorazione dei latticini di cui è maestro.

IL FOGLIONCO
Il Foglionco è una creatura immaginaria del folklore di alcune zone dell'Italia centrale, in particolare della Garfagnana e della provincia di Lucca. È una creatura ematofaga, talvolta descritta come capace di volare.
Il Foglionco viene descritto come un predatore che attacca soprattutto i gallinacei dei pollai; ematofago, lascia le sue vittime completamente esangui ma altrimenti integre. In alcune versioni della tradizione, il Foglionco viene descritto come capace di volare o di compiere lunghi salti.

IL BUFFARDELLO
Il buffardello è un folletto presente nella tradizione popolare della provincia di Lucca e in particolar modo della Garfagnana ma anche della Lunigiana in provincia di Massa Carrara. Varianti del nome sono bufardello, buffardella, bufardella, baffardello, bafardello, baffardella, baffardelle. A Gorfigliano, frazione di Minucciano, viene chiamato pappardello, a Sillano piffardello.Per impedirgli di entrare in casa, al tramonto (o meglio a quella che in lucchese veniva chiamata ordinotte) si chiudono le finestre e si ritirano i panni stesi ad asciugare per evitare che li "streghi"; poi si appoggia alla parte interna della porta una scopa rovesciata in modo che il manico tocchi il pavimento, oppure ci si appende una stola da sacerdote. Sul lato esterno della porta invece si appende un ramo di ginepro, in modo che il buffardello quando arriva è costretto a mettersi a contare le bacche dimenticandosi della persona che vuole molestare e se ne va. Questo rimedio è usato anche per proteggere gli animali domestici, appendendo un ramo di ginepro nella stalla. Se invece il buffardello è già in casa, ci sono diversi rimedi per farlo scappare: si spenge la luce oppure si tiene accanto a sé una candela fatta di tre qualità diverse di cera, oppure si mette un piatto contenente bacche di ginepro sulla scala che porta in camera da letto e quando il buffardello ci inciampa il padrone di casa gli ordina di raccoglierli tutti e lui scappa. Nei casi più disperati si ricorre a un mezzo estremo: si prende una fetta di pane e una di formaggio e si va a mangiarli al gabinetto facendo i propri bisogni corporali, pronunciando contestualmente la formula io mangio pane e cacio, e te buffardello, ti rincaco. Se poi il buffardello è in casa ma si vuole solo che non salga sul letto, si può appoggiare sulla sponda una scopetta di saggina, oppure si mette un capo di vestiario da uomo (pantaloni o cappello) disteso in fondo al letto (ma esiste anche la versione "cristianizzata": una camicia da notte bianca con le maniche disposte in croce). Il capo di vestiario da uomo si fa indossare anche ai bambini come protezione dal buffardello quando sono fuori casa.

L'ORCOLAT
L'Orcolat ("orcaccio", spregiativo del friulano orcul, "orco") è un mostruoso essere che la tradizione popolare indica come causa dei terremoti in Friuli. L'Orcolat è una figura ricorrente soprattutto nei racconti della tradizione popolare.Una volta raccontavano che dale otto di sera alle sei di mattina c’era uno che camminava mettendo un piede su una casa e uno su un’altra. Era grande grande e non lasciava passare nessuno. Quando sentivi tremare la casa.era lui che la faceva tremare.

LE ANGUANE
La montagna di San Lorenzo, sopra Maniago, è la casa delle “anguane”. Lì ci sono tanti buchi e il più conosciuto è quello di Spiramont, denominato anche “bûs da li aganis”. Lì vivono donne che sembrano streghe vestite di bianco e che, se lo desiderano, possono trasformarsi in capre.
Queste creature che vivono vicino all’acqua si chiamano “Anguane”: Di solito escono di notte e si divertono a fare scherzi agli uomini. Si dice che le Anguane hanno seni così lunghi che devono buttarli dietro la schiena.


TIR DES CIDULIS
Quella del Tîr des cidulis (anche cidulas, cidules, cidulos o pirulas, a seconda della parlata friulana locale) è un'antica tradizione della Carnia, probabilmente di derivazione celtica, che si tiene in molti paesi di questa regione alpina.Da un modesto rilievo vicino al paese, i ragazzi del luogo (i cosiddetti cidulârs, che in alcuni luoghi, prima dell'abolizione del servizio di leva, erano i coscritti), dopo aver acceso un fuoco visibile dal paese, lanciano lis cidulis, ossia delle rotelle di legno (solitamente abete o faggio) alle quali viene dato fuoco. Secondo la tradizione, ad ogni lancio si accompagna una filastrocca (raganizza) benaugurante o umoristica nei riguardi di una coppia reale o inventata, o la rivelazione di un amore altrui tenuto fino a quel momento nascosto.Vi sono molte varianti a seconda della zona, in alcuni paesi della Val Degano, ad esempio, lis cidulis sono diventate un modo per augurare fortuna per l'anno successivo a tutte le coppie del paese, sposate o meno, e spesso il rito si accompagna ad un ballo organizzato dai cidulars a cui è invitata tutta la popolazione. Il lancio avviene per la maggior parte dei casi nel periodo del solstizio d'inverno (ed è proprio questo fattore di somiglianza con altri riti del fuoco nell'arco alpino che fa pensare all'origine celtica e pagana del rito) ma spesso si sovrappone a tradizioni meno antiche quali il giorno del patrono del paese (laddove questa giornata si svolga d'inverno), i festeggiamenti di capodanno, l'Epifania o la Pasqua. Soprattutto nell'ultima metà del secolo, il rito ha conosciuto notevoli evoluzioni metodologiche con l'utilizzo di razzi e fuochi d'artificio da accompagnare al lancio delle cidulis e l'utilizzo di megafoni o altoparlanti per far sentire meglio la raganizza (filastrocca) intervallata da musica.

 

BALLO DELLA PIOGGIA
Schiaraciule maraciule, scjarazzule marazzule o schiarazula marazula è un ballo tipico del Friuli e risale a prima del 1500, si pensa che sia di origine medievale. In una lettera di denuncia all'inquisizione del 1624 si segnalano donne e uomini del paese friulano di Palazzolo che eseguissero questa danza cantando in due cori per evocare la pioggia


LE RELIQUIE DEI SANTI
Le reliquie dei Santi (frammenti ossei , oggetti appertenuti ecc.)sono da secoli al centro di un'attenzione particolare, che si muove a metà strada tra la fede e la ragione, tra il culto autentico e l'idolatria.Il possesso di una reliquia, nel passato, significava potere, fama e successo per una comunità, una città o per i potenti delle diverse epoche storiche.Un tempo si credeva che il contatto con una reliquia, o anche la sola sua vista o presenza potesse liberare da malattie, nemici e influssi negativi

SPORT E SUPERSTIZIONI
Il mondo dello sport non si esime dalle scaramanzie e dalle spertizioni , si vede che gli sportivi temono i rovesci della sorte forse piu' di altri. Particolarmente superstizioso l’ambiente della Formula 1, dove il numero 13 non è mai assegnato a nessuna monoposto. Di recente, Sebastian Vettel, il pilota tedesco della Red Bull, ha svelato al mensile “Men’s Health” i suoi cerimoniali portafortuna: la moneta sempre nel taschino destro, entrare ed uscire dall’abitacolo del suo bolide esclusivamente dal lato sinistro e, infine, una medaglietta di San Cristoforo nella scarpa. Anche Niki Lauda aveva la sua inseparabile monetina scaccia jella, ma nei guanti. Pure nel motociclismo la scaramanzia corre a trecento all’ora. Un esempio per tutti: il campionissimo Valentino Rossi gareggia sempre e solo con il numero 46, che lo accompagna sin dalle prime gare. Anche il calcio è pieno di rituali scaramantici. Dal celebre Manoel Dos Santos, meglio conosciuto come Garrincha, leggendaria ala destra del Brasile di Pelè, che metteva feticci e amuleti dietro la porta avversaria per attirarvi la palla, a Bobby Moore, capitano dell’Inghilterra campione del mondo nel 1966, che indossava i pantaloncini solo quando tutti i compagni erano completamente vestiti. Fino al grande Bobby Charlton che entrava sul terreno di gioco rigorosamente per ultimo e arrivò a rifiutare la fascia di capitano perché il suo nuovo ruolo lo avrebbe costretto a precedere i compagni. Non meno celebri i casi di atleti e allenatori che in campo indossano sempre lo stesso indumento, d’estate e d’inverno. Come l’argentino Bruno Pesaola, allenatore del Napoli e della Fiorentina, con il suo immancabile cappotto di cammello. E i rituali non finiscono mai. Omar Sivori e Diego Armando Maradona prima della partita avevano l’abitudine di calciare la palla nella porta vuota. Zambrotta mette sempre rigorosamente per prima la scarpa sinistra. Senza dire dell’acqua benedetta che Trapattoni versa sul campo di gioco prima del match. Mentre Ancelotti durante la partita tiene sempre un rosario tra le mani.Maradona nell'ultimo mondiale , dove ha partecipato nelle vesti di selezionatore della nazionale argentina , prima di ogni partita si è fatto 7 volte il segno della croce, e per tutte le gare ha tenuto un rosario sulla mano destra. Il buon Diego non è nuovo a simili scaramanzie.I tifosi del napoli ben ricorderanno, che ad ogni inizio di partita , il fuoriclasse argentino ,baciava la testa di Carmando il massaggiatore della squadra, per poi allacciarsi le scarpette. In casa italiana, il mondiali del 1982 furono una vera e propria esibizione di riti: tutti ricordano i baffi che Gentile si era fatto crescere, con la promessa di tagliargli se la Nazionale fosse arrivata in semifinale, ma pochi sanno che Tardelli giocò la finale con una immagine sacra all'interno dei parastinchi. Il record della superstizione spetta però al portiere scozzese Alan Rough, che prima di entrare in campo eseguiva nell'ordine questi riti:

non radersi prima della gara;
non dimenticare l'anello portachiavi a forma di cardo;
portare in campo una vecchia pallina da tennis;
mettersi in tasca una scarpetta da calcio in miniatura;
portare una piccola maglia a forma di stella;
usare sempre il gancio numero 13 negli spogliatoi;
indossare la maglia numero 11 sotto la numero 1;
far rimbalzare tre volte il pallone nel corridoio che porta al terreno di gioco; calciare il pallone nella rete vuota;
soffiarsi il naso più volte possibile durante la gara.
Lo stesso portiere ammise a fine carriera che viveva nel terrore di scordarsi una parte del proprio rito.
La scaramanzia è diffusa in tutti gli sport; il tennis è una vera miniera d'oro di riti curiosi, che diventano dei veri e propri tic: Rafael Nadal, l'attuale numero 1 del ranking mondiale, allinea le bottigliette dell'acqua ad ogni cambio di campo, in modo che le etichette siano sempre perfettamente allineate. John Mc Enroe scelse invece come oggetto per i suoi riti le stringhe delle scarpe, che allacciava di continuo; sempre meglio di Ivan Lendl, che si strappava le ciglia.
Il rischio è un altro fattore scatenante della superstizione e gli sport motoristici ne sono la dimostrazione: molti piloti salgono in auto o in moto eseguendo sempre gli stessi gesti, e soprattutto sempre dallo stesso lato. Tra questi va annoverato anche Valentino Rossi, che di suo aggiunge anche una attenzione particolare per il casco: non deve mai toccare il terreno, altrimenti potrebbe trascinare a terra anche la moto. Il più pittoresco era però il motociclista Marco Lucchinelli, che nel 1981 vinse il mondiale 500 indossando sotto la tuta camicia e cravatta

LE CREDENZE SUL COLORE VIOLA
Il viola è il colore dei paramenti liturgici usati nei periodi di purificazione penitenziale (Avvento e Quaresima). Durante i 40 giorni quaresimali, nel Medioevo venivano vietati tutti i tipi di rappresentazioni teatrali e di spettacoli pubblici che si tenevano per le vie o le piazze delle città. Questo comportava per gli attori e per tutti coloro che vivevano di solo teatro notevoli disagi economici. Non potendo lavorare, infatti, le compagnie teatrali non avevano guadagni e di conseguenza anche procurarsi il pane quotidiano era ardua impresa: per questo motivo in teatro e in televisione abiti e oggetti di colore viola sono tuttora considerati malauguranti e, nei limiti del possibile, evitati. In epoca preromana nei popoli centro-italici il colore viola era legato alle carestie e quindi precedeva l'attuazione del ver sacrum, da qui l'utilizzo del colore viola da parte dei romano-cristiani nei periodi precedenti un cambiamento o un rinnovo.

LE CREDENZE SUL COLORE NERO
Il nero nella nostra tradizione è direttamente associato alla paura, alla morte, all’inquietudine, ma anche alla sofferenza e al buio più totale che spesso ci spaventa proprio per l’assenza di luce.Nonostante tutti gli accenni alla morte e alla sfortuna a cui esso si ricollega, il nero, a differenza di quanto ci si può aspettare, racchiude in sé una pluralità di significati diversi che variano in base alla cultura, ai luoghi e alla storia che caratterizzano i vari popoli. Non in tutti i Paesi, infatti, il nero è presagio di sventura.Nella stessa Inghilterra un proverbio popolare afferma che “nella casa dove vive un gatto nero non mancherà amore”, opponendosi del tutto alle credenze popolari mediterranee.
A suo favore va inoltre ricordato che per gli antichi Egizi, ad esempio, il nero era simbolo di vita, crescita e benessere perché ricordava il colore della terra fertile del delta del Nilo.
Significato simile assume ancora oggi per le tribù Masai del Kenya le quali appunto associano il nero alle nuvole che portano pioggia, diventando simbolo di vita e prosperità. Tutt’altro significato assume nell’antica Cina, il nero, simbolo del Nord e dell’Acqua, era uno dei cinque colori principali e ad esso non era attribuito alcun significato negativo o positivo.

 

 
 

CIBO E FUTURO
Forse non tutti sanno che nei tempi che furono i nostri avi erano soliti rivolgersi al cibo per prevedere il futuro.

Mi ama ,non mi ama.
La risposta a questa domanda era affidata alla crommiomanzia: si scriveva su una cipolla il nome della persona e la si interrava in terreno umido. Se la cipolla germogliava quella persona contraccambiava il sentimento ed in base alla velocità del processo si deduceva se il legame sarebbe durato tutta la vita o se era solo passeggero.

Che lavoro faro'
Lo si chiedeva all’ovomanzia: si disponeva fuori la finestra un recipiente pieno d’acqua con dentro l’albume dell’uovo, in base alla forma che assumeva l’albume si capiva il tipo di lavoro.

Il colore dei capelli del nascituro
attraverso il cibo desiderato durante le "voglie" delle donne in cinta si sarebbe capito in anticipo il colore dei capelli nel nascituro.
Mi sposerò?
Per saperlo le nostre ave digiunavano o cenavano solo con insalata non condita e la risposta arrivava durante la notte sognando o meno il futuro marito. Questo rito scaramantico poi si è trasformato in dieta. All’epoca le credenze destinavano il tipo di persona da sposare in base al nutrimento: una ragazza “a dieta” era destinata ad avere un marito malconcio, ad una ragazza ben nutrita invece la sorte destinava un marito sano.

Guarirà?
All’epoca lo sapeva l’alomanzia: si metteva un pizzico di sale sulla mano del malato ed in base alla disposizione dei granuli si stabiliva la sua salute futura


E’ lui il colpevole?Veniva chiesto all’acqua: il condannato veniva immerso nell’acqua ghiacciata o bollente, se sopravviveva era innocente.Se la voglia era di vino rosso, sarebbe stato moro, se era di vino bianco, sarebbe nato biondo.

Il corteggiamento
Si poteva mettere una mela nello scaldino (un contenitore con delle braci ardenti); se la mela scoppiava lui l'amava davvero, se la mela bruciava, no. Infine si poteva addirittura digiunare (o cenare solo con insalata scondita) per sognare il futuro marito. L'abitudine, poi divenuta dietetica, di mangiare cibo scondito, deriva dal fatto che la parola "condito" significa anche malconcio, e tale sarebbe stato il marito di ci si nutriva così. Anche i maschi avevano le loro pratiche scaramantiche: quando erano innamorati dovevano evitare di mangiano nelle pentole, altrimenti avrebbero sposato donne ammalate di pazzia. Molti dei riti del corteggiamento, non diversamente da oggi, erano connessi al cibo, anche allora il galateo prevedeva in pagare da bere alla ragazza, ma siccome questa non era ancora libera di uscire da sola, l'invito era esteso anche a tutta la sua famiglia, con un dispendio economico importante, che si protraeva praticamente fino alle nozze, visto che, pur in cambio della dote della fanciulla (e della sua mano...), il fidanzato doveva ottemperare ad una lunga e costosa sequenza di doni alimentari. Dal rito della Ligazza (con cui si ufficializzava il fidanzamento, passando dalla condizione di "filarino", cioè corteggiatore, a quella di "moroso"), fino alle nozze, il fidanzato doveva portare a casa di lei un numero sempre crescente di cesti di frutta fresca, frutta secca, caramelle, ciambelle, e durante la quaresima in particolare, le deve donare: 2 ciambelle la prima settimana, 4 la seconda, 6 la terza, 8 la quarta, 10 la quinta, 12 la sesta. In pratica una figlia che andava sposa era una bella notizia per tutta la famiglia. Anche il nuovo legame parentale tra le due famiglie era sancito da un pranzo, ma qui subentrava il vino, simbolo, fin dai tempi di Gesù, di un legame sacro: il rito del vino prevedeva che i genitori degli sposi bevessero dallo stesso bicchiere, per sancire la nuova parentela che andava formandosi.

NOZZE
L'arrivo delle nozze comportava una serie di pranzi ben più numerosi e ricchi di quelli odierni. La sequenza di pranzi nuziali (tutte a casa tranne una, all'osteria, con il fidanzato che invitava la fidanzata e le due rispettive madri), prevedeva infatti ben due diversi banchetti di nozze, il primo a casa della sposa (nel paese della sposa), e il secondo, la sera dello stesso giorno, a casa dello sposo. Il famoso riso che si lancia all'uscita dalla chiesa, ha ovviamente, anch'esso un signigicato e una storia precisa. Un tempo innanzitutto non si lanciavano chicci di riso (introdotti solo in tempi moderni), bensì nocciole, perchè la nocciola era il simbolo di fecondità per eccellenza, e venivano così regalati agli sposi; il fatto di lanciare il cibo (nocciole o riso che sia) offre un simbolo di riccheezza e di abbondanza (solo chi ha tanto cibo può permettersi di gettarlo via), ma ha anche un altro significato più importante, il lacio del seme (nocciola, riso) è il gesto che il contadino fa quando getta un seme nel suo campo, affinchè possa germogliare e riprodursi. Inizialmente il riso era il cibo utilizzato per il banchetto nuziale, nello specifico un risotto giallo, condito con le uova. Poi nel tempo, da cibo del banchetto, si è sostituito alle nocciole anche come cibo lanciato all'uscita della chiesa. Tutti sanno che non ci si sposa nè di martedì nè di venerdì. Ma perchè? Per quanto riguarda il martedì, perchè è il giorno dedicato a marte, dio della guerra e della discordia, che sarebbero seminate anche tra gli sposi. Mentre il venerdì perchè la tradizione vuole che fosse il giorno della passione di Gesù Crsito sulla croce. Al di là del riso, c'è da dire che i menù nuziali puntavano sulla quantità di cibo a discapito della qualità, per dare un'idea di opulenza beneaugurante, e i cibi immancabili erano, almeno nella tradizione emiliano-romagnola, i cappelletti, gli arrosti e tanti dolci. In altre zone geografiche ovviamente troviamo altri cibi, ma più o meno accomunati da significati simbolici simili. Prima del secondo banchetto, a casa dello sposo, il neo-suocero accoglieva la nuora fuori dalla casa, con un bicchiere di vino, simbolo della nuova parentela, mentre la madre dello sposo la accoglie sulle scale cedendole il mestolo da cucina, simbolo del cedere la funzione materna e di accudimento della casa e del figlio. Inoltre, durante questo secondo banchetto si versava per terra del vino, e come un oralcolo si riteneva che la direzione del rivolo di vino pronosticasse il sesso del figlio; se andava verso nord sarebbe nato maschio, al contrario se andava verso sud sarebbe stata una femmina. Un'altra superstizione vuole che la seggiola destinata alla sposa in questo secondo pranzo di nozze, dovesse essere in realtà un sacco di farina, per augurare fertilità ai campi da coltivare. Una nota di colore riporta che le posate, i piatti e le stoviglie, che sarebbero state troppo numerose per una sola famiglia, venissero prese a prestito per i banchetti di nozze, dai contadini vicini, e che poco dopo le nozze si realizzasse il rito del rivoltaglio, cioè un temporaneo ritorno della sposa alla casa d'origine, per far metabolizzare il "lutto" della sua assenza alla sua famiglia. Anche la collocazione dell'anello nuziale ha un significato specifico: il dito anulare sinistro infatti, ha una particolarità unica rispetto a tutte le altre dita: è l'unico dito che contiene una vena che, senza raccordi intermedi, origina direttamente dal cuore, una particolarità anatomica che lo ha reso il simbolo e dunque il destinatario dell'unione romantica.

RITI FUNEBRI
Il cibo più strettamente correlato alla morte è il pane, che, in quanto simbolo della vita, è sempre stato usato come amuleto contro la morte. Una antichissima superstizione imponeva che in casa non mancasse mai, anche di notte, per la sua funzione di talismano contro le forse maligne e la sfortuna, ma sopratutto per averlo a disposizione nel caso che qualcuno necessitasse improvvisamente di estrema unzione. L'usanza voleva altresì che la prima cosa che si faceva dopo la morte di qualcuno era di mettersi a fare il pane, sia come "dazio" per l'aldilà, che accompagni il defunto nel suo viaggi finale (già gli antichi egiziani ponevano nelle tombe, accanto alle mummie, del cibo), sia come rito di protezione per i parenti, però a prepararlo e a cuocerlo non dovevano essere i parenti del defunto, considerati impuri in quanto contaminati dalla morte che ha colpito la loro famiglia, ma altri vicini di casa o amici. Le cronache antiche riportano qualcosa che oggi ci è difficile immaginare, e cioè che durante la veglia funebre venivano organizzati giochi, banchetti con tantissimo cibo, balli rituali, a volte perfino riti sessuali orgiastici (di origine pagana), cioè tutta una serie di comportamenti allegri mirati ad esorcizzare la morte e riaffermare la continuità della vita. Il pranzo funebre, consumato in presenza del defunto, per il quale si apparecchiava anche un un posto a tavola e a cui si servivano le pietanze come se fosse vivo, era composto rigorosamente da maltagliati o manfregoli (a forma di semi, come simbolo di rinascita), e le fave (poi denominate "fave dei morti"), era un'occasione per festeggiare l'unione dei sopravvissuti alla morte. Alla fine del pasto il cibo destinato al defunto veniva donato al becchino o gettato dalla finestra insieme alle sue stoviglie. A proposito di fave, la loro storia di cibo di morti è molto antica: gli antichi egizi pensavano che contenessero le anime dei morti (forse perchè sono mature nel mese dei morti), e gli egizi non potevano nè guardale nè toccarle, proprio come forma di rispetto per le anime dei loro defunti.
Acqua
Nell'antichità era usata, gelata o bollente, nel rito della "ordalia", in cui un tribunale speciale emetteva un giudizio di innocenza o di colpevolezza basandosi sul fatto (assai poco giuridico), che il condannato sopravvivesse o meno ad un'immersione (prolungata) in una vasca d'acqua bollente oppure ghiacciata.

cipolla
1) Una famosissima superstizione vuole protegga dai demoni e che favorisca la guarigione dei malati, ma pochi sanno che affinchè questo possa avere effetto (almeno secondo le antich convizioni popolari), la cipolla deve essere posta fuori dalla finestra di casa, e tagliata in due parti uguali.
2) La crommiomanzia consiste in un oracolo d'amore ancora in uso in certe campagne del nord italia, secondo cui se una ragazza incide il nome dell'uomo amato su una cipolla, e se questa poi germoglia, significa che anche lui ricambia l'amore.
3) se si vuole conoscere in anticipo il clima dell'anno nuovo, il giorno del 24 gennaio bisogna mettere 12 spicchi di cipolla con sopra del sale fuori dalla finestra, uno di seguito all'altro. Ognuno rappresenta un mese dell'anno entrante, e dal loro aspetto e colore, da come assorbono il sale, ecc, si dice che si possa comprendere il meteo dei rispettivi mesi.

IL LATTE
1) Da sempre considerato un alimento benedetto e protettivo, nei testi biblici la terra promessa (ma anche il Paradiso) è presentato come fiume di latte, simbolo ovviamente di un ritrovato rapporto con la madre. Anche la via lattea degli astronomi, vuole un'antica leggenda greca, che debba derivare in realtà da uno spruzzo di latter della dea greca Giunione.
2) Siccome si crede che annulli ogni magia negativa, una superstizione vuole che si debba lasciare un bicchiere di latte in casa, anche di notte.

Pane
1) la superstizione che vuole che porti male buttare via il pane, trova origine nella preghiera del Padre Nostro, per cui sarebbe offensivo verso Dio gettare (e quindi rifiutare) il "pane quotidiano" che Lui ci dona.
2) la superstizione invece secondo cui il pane non deve mai essere rovesciato (messo a testa in giù) ha un'origine molto complessa: nel medioevo, la paura collettiva della morte aveva creato la proibizione assoluta di toccare qualsiasi cosa che avesse avuto a che fare con i cadaveri. Si trattava anche di una tutela igenico-sanitaria. Per questo motivo al mestiere del boia era una vita molto isolata dal resto della comunità, non potendo in pratica avere contatti con nessuno. E per lo stesso motivo gli oggetti e cibi destinati al boia non dovevano entrare in contatto con quelli altui. I loro abiti venivano lavati a parte ed anche i loro cibi venivano preparati a parte. In materia di pane, i fornai avevano inventato un sistema facile per rendere riconoscibile il pane destinato al boia, così che anche nel forno di cottura, non entrasse in contatto con quello altrui. Questo sistema consisteva nel girare il pane a testa in giù, rovesciandolo. Per questo veniva chiamato il "pane del boia", ed ancora oggi il pane rovesciato si porta dietro questo triste presagio di morte

L'OCCHIO DEL MALOCCHIO
"Uocchi, contruocchi schiatam 'a mira e crepame l'uocchi"
malocchio, è un maleficio che può essere gettato per invidia da chiunque su qualcun altro e che procura a chi lo riceve dolorosi e ricorrenti mal di testa, oppure effetti ancora più gravi se l’autrice del malocchio è stata una “janara”.

Il malocchio può essere scacciato con un rito - un misto di paganesimo e religione - eseguito da qualche donna che sa toglierlo. Infatti, solo le donne possono eseguire questo rito che viene tramandato di generazione in generazione la notte della vigilia di Natale. In questa occasione, in genere la nonna, in una riunione segreta in cui sono ammesse solo le donne, spiega alle nipoti il rito e tramanda le formule da recitare per scacciare il malocchio.

Il rito consiste nel riempire un piatto d'acqua che viene ripetutamente passato sul capo della persona afflitta da mal di testa mentre si recita un susseguirsi di preghiere e formule incomprensibili o comunque recitate a mezza voce, anzi, appena sussurrate e, continui segni della croce descritti sul piatto e sul capo della persona oggetto del rito. L'officiante, inoltre, intinge l'indice nell'olio d'oliva e ne fa cadere ogni tanto una goccia nel piatto colmo d'acqua. Le gocce spesso si allargano sino a sciogliersi, a volte assumono forme strane, altre restano intatte e ben definite. Secondo la tradizione, se le gocce d'olio si allargano o si sciolgono sino a scomparire significa che la persona cui si sta togliendo il malocchio ne è effettivamente affetto, se invece le gocce restano integre significa che il dolore accusato è dovuto ad altre cause. A volte, addirittura, dalla forma assunta dalle gocce d'olio che galleggiano sull'acqua, nel piatto, si può risalire all'autrice o all'autore del malocchio.
IL NIDO DI UCCELLI
Quando si scopriva un nido di uccelli non bisognava farne parola né accanto al fuoco, né in vicinanza dell’acqua, né in presenza del pane, perché si credeva che, nel primo caso nel nido andasse la serpe, nel secondo il rospo e nel terzo le formiche; con la conseguenza di distruggere il contenuto del nido con la conseguente morte degli uccellini.

Le superstizioni e credenze dei marinai

La storia della marineria è intrisa di riti scaramantici ancora oggi diffusi. Gli uomini di mare sono stati sempre attenti a non sfidare le regole della fortuna poichè la paura dell’ignoto e dell’immensità degli oceani ha generato sin dagli albori della navigazione una fitta serie di credenze.Alle tempeste opera del diavolo venivano contrapposti ed invocati i santi (tutt’ora i marinai invocano per esempio Santa Barbara durante i forti temporali). Sempre durante il cristianesimo non si potevano mollare gli ormeggi il primo lunedì del mese di aprile perché coincideva con il giorno in cui Caino uccise Abele oppure il secondo lunedì di agosto era meglio restare in porto: in quel giorno Sodoma e Gomorra furono distrutte; partire poi il 31 dicembre era altrettanto di cattivo auspicio perché era il giorno in cui Giuda Iscariota si impiccò. Gli agenti atmosferici come i “fuochi di Sant’Elmo” o come il passaggio di una cometa erano presagi buoni o cattivi a seconda dell’interpretazione che se ne dava; mentre una tromba d’aria in avvicinamento all’orizzonte poteva essere “tagliata” con una spada e deviata recitando una preghiera o una formula magica; le onde si placavano mettendo in mostra i seni nudi di una polena, o facendo scoccare in acqua dal più giovane dei marinai una freccia magica

Gli animali per i marinai
Il gatto, malgrado ami poco il contatto dell’acqua, ha trovato un posto di tutto rispetto sui vascelli. La ragione della sua presenza a bordo si collega alla sua naturale propensione a scovare i roditori ed era anche ritenuto capace di prevedere eventi climatici: se soffiava significava che stava per piovere, se stava sdraiato sulla schiena c’era da aspettarsi una bonaccia, se era allegro e baldanzoso il vento stava per arrivare; se un gatto inoltre andava incontro un marinaio sul molo era segno di buona fortuna, se gli tagliava la strada il contrario.se si fermava a metà strada c’era da aspettarsi invece qualcosa di sgradevole. Si riteneva infine che i gatti potessero invocare una tempesta grazie al potere magico delle loro unghie. Per questa ragione a bordo si faceva sempre in modo che fossero ben nutriti e coccolati. Tra gli uccelli gabbiani e albatros erano l’incarnazione dei marinai morti in mare e portatori di tempeste. Peggio ancora se un cormorano si posava sul ponte di una nave e scuoteva le ali, guai a fargli del male si era posato per rubare l’anima di qualcuno e avrebbe significato naufragio sicuro. Così se tre uccelli si trovavano a volare sopra la nave in direzione della prua, l’equipaggio si disperava per l’imminente disgrazia da questi annunciata. Se uno squalo per esempio seguiva la scia di una nave era di cattivo auspicio perché si credeva fosse in grado di fiutare l’odore della morte.I delfini e le rondini erano di buon augurio.

La donna per i marinai
avere in barca portava male (ora non si dice più, forse per la parità dei sessi). Secondo alcune tradizioni però una donna nuda, o incinta poteva placare anche la più terribile delle tempeste.

Altre usanze dei marinai
I marinai cercano assolutamente di evitare a bordo: indossare abiti di un altro marinaio, soprattutto se morto nel corso dello stesso viaggio; evitare di fare cadere fuori bordo un bugliolo o una scopa; imbarcare un ombrello, bagagli di colore nero, fiori e guardare alle proprie spalle quando si salpa); salire a bordo della nave con il piede sinistro; poggiare una bandiera sui pioli di una scala o ricucirla sul cassero di poppa (attualmente i marinai italiani nel ripiegare la bandiera lasciano il colore verde fuori in segno di speranza); lasciare le scarpe con la suola verso l’alto (presagio di nave capovolta); accendere una sigaretta da una candela (significava condannare un marinaio a morte); evitare il suono prodotto dallo sfregamento del bordo di un bicchiere o di una tazza; il rintocco della campana di bordo se non mossa dal rollio; pronunciare le parole: verde, maiale, uovo, tredici, coniglio; parlare di una nave affondata o di qualcuno morto annegato; indossare le magliette fornite dall’organizzazione di una regata; capi di abbigliamento nuovi; cambiare nome a una barca o battezzarla con un nome che finisce con la lettera “a”(in passato è stata sempre una eresia, soprattutto in Italia è ancora fonte di numerosi scrupoli. I francesi hanno risolto il problema cambiando il nome a ferragosto e mettendo in atto questo rituale: procedendo di bolina la barca deve compiere sei brevi virate e poi scendere in poppa piena tagliando in questo modo la sua stessa scia. In questo modo, secondo alcuni, si disegnerebbe un serpente che si morde la coda scongiurando la iella. Solo a questo punto la barca sarà pronta a un nuovo nome ) e tantissime altre superstizioni. E’ invece di buon augurio per un marinaio avere un tatuaggio; lanciare un paio di scarpe fuori bordo immediatamente dopo il varo di una nave,indossare un orecchino d’oro (usanza antica che serviva a coprire le spese di sepoltura qualora il marinaio fosse deceduto); toccare il solino o la schiena di un marinaio; dipingere occhi sul moscone delle barche; Oggi quando si vara una nave ci si limita a versare dello champagne sul ponte. Più raramente si lancia contro lo scafo l’intera bottiglia del prezioso vino: se questa si rompe è di buona sorte, altrimenti sono dolori. Il pallino della superstizione di chi va per mare non accenna a svanire neppure oggi e, se non è superstizione, è certamente scaramanzia. E’ bene ricordare a tutti che qualunque marinaio prima di salpare, come nella vita di tutti i giorni, non accetta di buon grado gli “auguri” o i “buona fortuna”. Meglio porgergli in “bocca al lupo” o “in culo alla balena”.


CREDENZE SUL CORPO UMANO
Un settore privilegiato del simbolismo sembra essere anche il corpo umano. Nei testi tradizionali infatti, varie parti del corpo vengono usate come simboli, possiamo citare a riguardo due esempi che risultano abbastanza esplicativi:
- la zona dei reni, o dei lombi, corrisponde alla “porta degli uomini” cioè al passaggio dallo stato infantile all’età adulta. Se detto passaggio avviene in modo errato si potranno manifestare lombalgie più o meno tenaci;
- i calcagni sono, in alcune tradizioni, il punto di partenza della creazione dell’uomo. Esiste una malattia di decalcificazione del calcanèum che non si produce se non durante l’adolescenza, cioè nel momento in cui le forze impiegate per la creazione dell’individuo devono mutare direzione
.

CREDENZE PER CURARE LE MALATTIE

MAL DI STOMACO
Vicino a Roma si usava per i dolori acuti allo stomaco un decotto di foglie di ortica, poiché la peluria delle foglie stesse “grattava” via l’ulcera e lo stomaco guariva.
MAL DI GOLA
Nei pressi di Pordenone, poiché si credeva che il mal di gola fosse legato al fatto di aver mangiato troppo, si somministrava una cura con olio di ricino, che notoriamente è un lassativo.
IMPOTENZA
Per l’impotenza in Ciociaria si usava frizionare i genitali con l’olio di sambuco ed un impiastro di “formiche volanti”.
ITTERIZIA
Nel Veneto, contro l’itterizia i contadini usavano bere un decotto di zafferano. Qui ritroviamo il concetto di “DOTTRINA DELLA SIGNATURA” (vedi Altrove n. 9, “Herbaria e le piante per volare”). In Abruzzo, invece, per curare questo male usavano pestare in un mortaio delle foglie di matricaria, a cui aggiungevano dell’aceto e quando il paziente la sera andava a letto iniziavano la cura: spalmavano per una settimana sulle palme delle mani, sul petto e sulle tempie il miscuglio. Dopo il settimo giorno il malato perdeva il colore giallo e tornava normale.
ERNIA
Interessante anche il culto arboreo per la cura dell’ernia. Si creava un arco arboreo sezionando un ramo o un tronco di quercia nel senso della lunghezza e tra questo si faceva passare l’ernioso, mentre due compari tenevano l’estremità dell’albero e recitavano un rosario. Successivamente il tronco veniva chiuso e la sorte di colui che era stato sottoposto al rito risultava legata a quella del vegetale. Per cui se l’albero o il ramo cicatrizzava, rigermogliava, la guarigione dell’ernia era assicurata. Le ragioni di questo culto di guarigione erano diverse. Si pensava che essendo l’ernia una rottura, bisognasse passare attraverso un’altra rottura per risanarla. Comunque ricordiamo che presso i Romani l’ernia era considerata una “ramificazione” dell’intestino.
FORUNCOLOSI
Le persone affette da foruncolosi dovevano tenere una manciata di verbena, avvolta in un panno, in una mano e, avvistando una stella cadente dovevano fregare il panno sui foruncoli. Con questo procedimento si sperava che le imperfezioni sparissero.
AFFEZIONI RESPIRATORIE
L’uso dell’angelica per le vie respiratorie è legata al concetto della segnatura, per cui avendo questa pianta il gambo cavo, vi potevano passare aria ed acqua come per le vie respiratorie, e per questo era ritenuta efficace per i mali del sistema respiratorio.

FEBBRE
Contro le febbri causate da spavento o da stress, si adoperava un bicchiere unto con dell’aglio fresco, posto sopra l’ombelico per circa mezz’ora tre o quattro volte al dì.
Tanti sono gli esempi che si potrebbero citare per quanto riguarda la medicina tradizionale, ma per chiudere il cerchio terminando il discorso, riporto di nuovo la citazione di Virgilio, per cui: “Poiché si può fare senza medico, non già del medicamento. Il quale intendiamoci, non è la cosa che guarisce, è quella che – fatta ragione dei tempi e della moda – viene per il momento ritenuta atta a guarire”. Partendo da questa considerazione, per altro non conclusiva, risulta ovvio che la mia presa di posizione è relativa ad un concetto di medicina e di cura molto ampio. Qualcosa che oscilla tra la memoria ed il vissuto di un popolo e che sempre meno trova spazio in una cultura cosiddetta “occidentale”. Mi chiedo dove sia possibile collocare la guarigione con le piante, la ritualità, il mito ed i simbolismi, che comunque fanno parte di un retaggio ancora presente, se pur limitato ad alcuni contesti e figure particolari. Guaritori di campagna, conciaossa, fattucchiere ed erboristi “tradizionali” costituiscono l’ultimo baluardo di una conoscenza che si va purtroppo perdendo nel tempo.


CREDENZE SUI CAPELLI
Sui capelli si sono spese parole e parole, talvolta romanzi. Con il famoso "Rosso Malpelo", Giovanni Verga descrive il suo protagonista come malizioso, cattivo e birbone. Questo perché aveva i capelli fulvi, secondo i dettami delle credenze popolari. Il punto di vista, stavolta, è quello del pregiudizio e della superstizione: capelli rossi portano guai. Le persone con i capelli rossi sono state considerate artefici di stregoneria ed emarginate poichè credenze popolari hanno attribuito a queste il titolo di "porta-sfiga" . Nella mitologia e nell' immaginario di artisti e poeti i capelli rossi vengono ammirati e nel contempo temuti, ad esempio la celebre Boudicca, regina degli Iceni, viene descritta come una creatura dall' aspetto spaventoso : alta e con folti capelli rossi che le ricadevano sui fianchi. Caino e Giuda sono immaginati con i capelli rossi e forse questo ha alimentato il pregiudizio che vede le persone rosse non degne di fiduciaOltre alla letteratura, è nell'usanza e nelle tradizioni che possiamo trovare tante testimonianze del genere legate ai capelli. Ad esempio, in alcuni paesi di mare, le donne per scaramanzia non si tagliano i capelli fino al ritorno dei loro uomini: se lo fanno sono guai e disgrazie. Non è un caso, forse, che il taglio dei capelli esprime anche una condizione di lutto.

SUPERSTIZIONI IN EMILIA E ROMAGNA
Capodanno
In Romagna è d'uso che le donne non facciano visita in altre case il giorno di capodanno e che stiano possibilmente in casa .

Capelli
CAPELLI
- Se volete evitare la calvizie tagliate i capelli durante la luna nuova.
- Un capello sulla spalla preannuncia l'arrivo di una lettera.

Gli alberi
miti romagnoli vogliono gli alberi abitati da divinità o dalle anime dei defunti trovano riscontro nel fatto che l'abbattimento di un grande albero era vissuto dalla popolazione, nei tempi più remoti, con autentica angoscia; in molte zone della pianura emiliano-romagnola non si avevano dubbi sulla sensibilità al dolore degli appartenenti al mondo vegetale, e si diceva che alcuni grandi pioppi emettevano sospiri se accanto a loro si abbattevano altri alberi o se essi stessi erano percossi dal vento e dalla tempesta.
Il melo selvatico, ad esempio, era una delle piante che le donne, il giorno del fidanzamento o del matrimonio, piantavano nell'orto di casa per trarre gli auspici sul futuro della loro nuova condizione; se la pianta fosse cresciuta rigogliosa, tutto sarebbe andato per il meglio, se invece la pianta fosse cresciuta stentata o addirittura fosse morta, sia il fidanzamento che il matrimonio sarebbero stati disastrosi. Nel Ferrarese le ragazze usavano coricarsi tenendo sotto il cuscino due ghiande appaiate sullo stesso gambo per conoscere le sembianze del marito: l'uomo che avrebbero sognato durante la notte sarebbe stato colui che le avrebbe condotte all'altare.
Nel Modenese la pianta vetusta del rosmarino era considerata incarnazione del capo famiglia, il quale non sarebbe sopravvissuto alla morte della pianta medesima.
In Romagna, invece, si credeva che se una pianticella di rosmarino affidata al terreno avesse attecchito sarebbe morta la persona che l'aveva piantata: tuttavia l'interessato poteva sfuggire al funesto evento orinando sopra la pianta per tre mattine consecutive all'alba. D'altro canto una gentile leggenda del Bolognese prevedeva che i fiori del rosmarino fossero conservati sul cuore per essere amati
Sempre in Romagna, era ritenuto nefasto il legaccio di vincastro delle fascine perché, dicevano gli anziani, esso fu maledetto per avere fatto quasi cadere l'asina che portò Maria e Gesù Bambino durante la fuga in Egitto.
Alberi maledetti vengono considerati ancora oggi i Emilia-Romagna l'albero di Giuda e il viburno; il primo perché la tradizione lo indica come l'albero al quale s'impiccò Giuda, il secondo perché si crede che i suoi rami servissero per legare Gesù alla croce. Per i bolognesi, comunque, l'albero di Giuda fu quello che fornì i legno per costruire la croce sulla quale morì il Redentore, anche se un'altra più diffusa tradizione attribuisce questo "onore" al pioppo tremulo, considerato perciò non maledetto ma portafortuna per eccellenza e "pianta sacra della cristianità"; i suoi ramoscelli venivano appesi accanto ad ogni porta per allontanare i pericoli di gravi malattie o di morte improvvisa, le sue foglie essicate e racchiuse in sacchetti servivano in tutta l'area emiliana come amuleti.
Fra le tante altre superstizioni, una vecchia e oramai scomparsa credenza modenese legata al nome dialettale del gelso: mòr, significa "moro", ma anche "muoio" o "muori"; perciò i contadini delle campagne modenesi (e reggiane) non volevano piantare gelsi vicino alle case perché temevano la loro funesta influenza su uomini e animali.
Le tradizioni etnobotaniche1 in Toscana sono assai ricche ed annoverano numerose piante utilizzate principalmente a scopo medicinale e alimentare, nonché in pratiche minori come le attività domestiche, artigianali, tintorie, liquoristiche, cosmetiche, nei riti religiosi e addirittura nella magia e nella superstizione.
Nella cura e prevenzione di certe patologie, spesso, si associa l'uso delle piante a pratiche magiche: in alcuni casi, le specie vegetali sono già di per se medicinali ed il supporto “stregonesco” serve a potenziarne l’efficacia terapeutica, mentre in altri, il ruolo delle piante è marginale, di mero significato simbolico. Nel primo caso un esempio emblematico è stato
rinvenuto nel Livornese: il decotto ottenuto dalle foglie e radici di tarassaco (Taraxacum officinale Weber) - pianta dalle note virtù terapeutiche - secondo la popolazione locale deve riposare un'intera notte sotto gli influssi benefici della luna piena, prima di essere somministrato oralmente come depurativo3; mentre nel secondo caso ricordiamo che, nel Casentino (AR), per guarire dai dolori reumatici o dal cosiddetto “colpo della strega” si utilizza una corda di canapa (Cannabis sativa L.) opportunamente annodata, appoggiata sulla schiena del paziente, e adoperata a mó di rosario recitando una giaculatoria che invoca l'aiuto dei santi.

LA SEGNATURA IN TOSCANA
Tra le usanze magiche più interessanti troviamo il rituale della “segnatura” usato per vari fini: eradicare porri e/o verruche con l'ausilio di mele (Malus domestica Borkh.)5, di fagioli(Phaseolus vulgaris L.)6, di fave (Vicia faba L.)7, cauli di giunco (Juncus sp. pl.)8 o di ginestra
(Spartium junceum L.)9, foglie di mirto (Myrtus communis L.) 10, di salice (Salix sp.pl.)11 o di tiglio(Tilia sp.pl.)12; curare l’orzaiolo con le cariossidi del riso (Oryza sativa L.)13, del grano (Triticumaestivum L.)14 o dell'orzo (Hordeum vulgare L.)15 ; scacciare “il fuoco di Sant'Antonio” con
rametti di rovo (Rubus sp.pl.)16 successivamente bruciati; trattare l'erisipela e altre affezioni cutanee con l'iperico (Hypericum perforatum L.)17, il sambuco (Sambucus nigra L.)18 o la salvia
(Salvia officinalis L.)19 . Per descrivere la pratica della “segnatura”, a titolo esemplificativo,
citiamo la metodica individuata nel Pistoiese per eliminare i porri20. In questo caso il“guaritore” taglia una mela in quattro spicchi e li usa singolarmente per eseguire, sulle escrescenze, il segno della croce; al termine dell’operazione la mela viene ricomposta, spesso
legandola con un filo rosso, e sepolta lontano dall’abitazione delle persona trattata. Quando il frutto marcirà il problema dermatologico sarà risolto; condicio sine qua non è il credere nel rito.
Sovente, durante queste pratiche magiche si recitano preghiere; nel Capannorese (LU) è stataregistrata la seguente: “porro vai via nel nome di Giuseppe e di Maria, salva l'anima mia.


SE PERDIAMO QUALCOSA..........[>[/size][/color]
Non trovate più occhiali, chiavi o orecchini appena posati sul tavolo? Non preoccupatevi, non siete distratti o maldestri: è tutta colpa dei Folletti.
Ormai le nostre menti razionali li hanno dimenticati, eppure per secoli tutta Italia vi ha creduto e ciascuna regione ha il suo, dotato di particolari caratteristiche.
Ad esempio i Maget (Valtellina) provocano le valanghe; i Mamucca (Messina) e gli Augurielli (Puglia e meridione in genere) nascondono gli oggetti con particolare predilezione per quelli di metallo luccicante, prezioso o meno; i Mazzamorelli (Macerata) sono i responsabili degli inquietanti scricchiolii delle vecchie case mentre in Calabria i Fajetti, che vivono nei solai e nelle cantine, provocano rumori terribili obbligando gli umani a correre col cuore in gola sul posto – ogni volta inutilmente – per vedere che diavolo sia accaduto.
In Alto Adige i Morkies, gelosi dei loro sentieri di montagna pullulanti turisti, prendono la forma di strane radici e rami contorti fissando chi passa con occhi malefici; il tapino, sentendosi improvvisamente a disagio, si allontana rapidissimo togliendosi dai piedi.

Quasi simili sono i valtellinesi Palendrùns, responsabili di piccoli fastidi agli escursionisti: improvvisi crampi, pruriti, starnuti a raffica ecc.

Invece i Barbanèn (o Cardinalèn perché veston di rosso) della zona di Imola si divertono a creare per terra invisibili ostacoli per far inciampare la gente.

Sulle coste triestine il Foléto Marin straccia le vele delle barche; il veneto Gamberetòl anfratta gli attrezzi da lavoro di contadini e giardinieri; il bergamasco Gambastorta sposta le tegole sui tetti mentre il cattivissimo ticinese Encof ostruisce di notte gli scarichi delle stufe per intossicare i dormienti.

In Puglia si crede nel GAGURO, un folletto dispettoso che, secondo la credenza popolare, durante la notte si siede sul petto delle persone e non le fa respirare. Chi riesce ad acchiapparlo e gli toglie il cappellino rosso diventa ricchissimo.

Nel foggiano viene chiamato Scazzamuredd’. Tradizione vuole che questo folletto sia l’anima di un bambino mai nato. In genere fa dispetti, ma se lo tratti bene e gli fai trovare sempre qualcosa da mangiare, lui ti regala fortuna e denaro. Ma attenta! Non dire mai a nessuno che hai lu scazzamuredd’ in casa, altrimenti la tua fortuna come è venuta svanirà
LA VARA

In Italia l'uso di macchine da festa è diffuso e di antica tradizione. Queste " invenzioni" ebbero "valore d'arte e di storia" e furono spesso oggetto di progettuali da parte di artisti famosi e oscuri in occasione di avvenimenti sacri e profani uno di queste e' la vara.
Vara è un termine utilizzato in Sicilia e in alcune regioni dell'Italia del sud per indicare il carro trionfale su cui vengono posti statue o dipinti di Santi per essere portati in processione.
Ve ne sono di diversi tipi: i carri diffusi in provincia di Palermo, come quello impiegato per la festa di Santa Rosalia a Palermo, sono grandi strutture in legno della forma di una nave, ricoperte da tessuti variopinti e sul cui ponte si trovano, generalmente, il coro o la banda musicale e i membri del clero.

Ad Altavilla Milicia sul carro viene montata, l'8 settembre in occasione della festa della Madonna, una colorata torre in legno e cartapesta, alta circa 20 m, che svetta sui tetti delle case con l'icona della Vergine Maria, quadro di scuola giottesca, in cima. Esso, come da tradizione, viene trainato dai buoi e dalle vacche per le vie del paese. I carri trionfali vengono seguiti da migliaia di fedeli in festa.

Nella Sicilia centrale, notevole, ad Enna è la Nave d'Oro, del 1590 rivestita in oro zecchino, su cui la statua della patrona, Maria SS. della Visitazione, viene trasportata dal Duomo alla Chiesa di Montesalvo a spalla da 124 confrati, in occasione della Festa della Madonna della Visitazione del 2 luglio.

La città di Messina vanta possedere uno dei più celebri e antichi carri devozionali esistenti in Europa, la Vara dell'Assunta, portata in processione ogni anno il 15 agosto. Si tratta di un imponente apparato che si sviluppa in altezza e che narra attraverso diversi personaggi la morte della Vergine e la sua assunzione in cielo. La sua costruzione rimonta al XVII secolo, ma è stata più volte rimaneggiata e restaurata, sostituendo i personaggi, anticamente rappresentati da bambini, con figure di cartapesta.

La Provincia di Catania possiede un vastissimo patrimonio di vare, da quelle classiche a sei o a quattro colonne, in legno o argento, a quelle più caratteristiche, come la Vara dell'Assunta di Randazzo, che si innalza per diversi metri di altezza.

Nel catanese sono dette varette (piccole vare) anche le caratteristiche candelore, dei grossi ceri votivi appartenenti a circoli o classi sociali trasportati per mezzo di artistiche costruzioni lignee dalle forme baroccheggianti.

In alcune località etnee della provincia di Catania la vara utilizzata il Venerdì Santo per portare in processione il Cristo Morto è chiamata cataletto.

I DOLCI DEI MORTI
In Sicilia ma anche nel napoletano vi era l'usanza per la commemorazione dei defunti di preparare dei dolci appositamente per la ricorrenza. Si vestivano le vetrine delle pasticcerie con dolci che i morti avrebbero portato ai bambini nella notte tra il 1 e il 2 novembre : il giorno dei defunti si trasformava così in un giorno di gioia , un modo come un altro per ricordare i cari scomparsi.La vigilia del giorno dei morti si andava a dormire verso le 19 e 30. La motivazione era la credenza che i cari defunti, se la trovavano svegli i bambini non avrebbero portato i regali. Solo i bambini buoni li ricevevano.
I regali erano: i torroncini ,arachidi, biscotti, cioccolato, nocciole e – per chi me aveva la possibilità – comprava qualche giocattolo.

LA SCARTOCCIATA DEL GRANTURCO

E' lo scartocciamento delle foglie dal granturco . Nella Marsica che è una subregione dell'Abruzzo interno, comprendente trentasette comuni della provincia dell'Aquila ma anche in alcune aree delle Marche ,il giorno della "scartocciata" era giorno di festa.In quasi ogni angolo e piazzetta del paese, generalmente nel mese di settembre, avveniva l'operazione dello "scartocciarnento" delle " mazzocche". Queste venivano depositate negli appositi e già preparati per l'occasione, "paunoni" e, qui, in questi speciali contenitori venivano scaricate dai caratteristici "traini" ( carri lignei a 2 stanghe trainati da l cavallo o un asino o un mulo) o dai carri ( carri lignei a I stanca trainati da una coppia di buoi) tutte le pannocchie raccolte ancora avvolte dalle grandi foglie ( "Scartocc' ").Quando da lontano si sentiva l'assordante e caratteristico suono della sgranatrice di pannocchie gruppi di ragazzi festanti accorrevano a frotte, per la gioia dell 'agricoltore, per poter ognuno girare, quasi a gara, la manovella della ruota permettendo, così facendo, al contadino di finire in fretta, senza dispendio 'di energia o altro, il lavoro della sgranatura.
Del granturco, così come pure del maiale, non si buttava via nulla. I chicchi infatti venivano usati per fare la farina, i torsoli si usavano per fare i tappi per le bottiglie, specialmente per quelle che dovevano contenere la conserva di pomodoro, per il mangime per gli animali, per accendere il fuoco e per costruire un semplicissimo giocattolo formato dal "torsolo" e da un penna di gallina infissa nel retro della pannocchia ( questo speciale attrezzo ludico, lanciato con forza, in alto, dai ragazzi finita la spinta cadeva per terra, per forza di inerzia, roteando su se stesso) e le foglie, anche queste ben essiccate al sole venivano collocate dentro una speciale custodia di tela ( "Saccon" " ) ed il tutto veniva disposto sotto il materasso di lana del letto matrimoniale conferendo allo stesso maggior pompa ( non a caso era chiamato il letto grande) rendendo orgogliosa la padrona di casa.

 

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