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In collaborazione con le Redazioni - NotizieWeb 24/24; DangerNews; The Curious MagazineWeb

25 Feb

DOSSIER: La conoscenza del Futuro e di sé o l'ignoranza del presente?

Pubblicato da Augusto Rubei; Eleonora Degano  - Tags:  #Enigmi, #DANGER NEWS

E' possibile predire il futuro. A dirlo non è un manipolo di chiaroveggenti e fattucchiere, ma un gruppo di scienziati della Cornell University di Ithaca, nello Stato di New York, in un articolo intitolato 'Feeling The Future', che verrà pubblicato prossimamente sul Journal of Personality and Social Psychology. Si tratta del primo studio scientifico sui fenomeni paranormali ad aver avuto un netto riscontro in ambito empirico. Insomma, la parapsicologia del "me lo sentivo" o "sapevo che sarebbe successo", viene accolta per la prima volta sulle pagine della più nota rivista di psicologia dell'American Psychological Association. Ciò che dunque fino a ieri era stato bollato dalla scienza come un insieme di pure suggestioni, trova oggi il suo (lontano) perchè in un lunghissimo studio (otto anni di indagini) condotto dal professor Daryl Bem, il quale, secondo quanto si apprende, pare abbia raccolto una "massa critica di dati" sufficiente a contrastare le obiezioni dei revisori che avrebbero passato al setaccio il suo lavoro. Usiamo il termine ignoranza per uno stato di conoscenza in cui un persona non sa la risposta a una domanda. La domanda stessa è conosciuto; in tal modo, abbiamo a che fare qui con incognite conosciute ma non con un numero superiore d'ncognite conosciute da utilizzare la National Aeronautics and Space Admin- strazione terminologia popolare da ex segretario americano di difense Donald Rumsfeld ricerca una risposta a questa domanda comportamentale umana. Nel loro esperimento la domanda può essere di circa un evento nel passato, presente o futuro, e la risposta può essere conoscibile per certo solo con un grado di probabilità.Usiamo quindi (secondo il ricercatore)  il termine deliberato ignoranza per riferire alla decisione volontaria non sapere, al contrario dil'impossibilità di accedere alle informazioni o disinteresse per la questione. deliberata ignoranza può derivare da inazione, che è, non è la ricerca per informazioni diagnostiche, o da azioni, come ad esempio il rifiuto informazioni

zione che qualcuno altro offre (Sweeney et al., 2010). Prendere in considerazione nella ricerca effettuata una serie di N domande che, insieme con le loro risposte formare uno spazio conoscenze (Albert & Lukas, 1999). Per esempio, un uomo potrebbe chiedersi se egli è in realtà il padre biologico di suo figlio, o se il suo matrimonio potrebbe finire con un divorzio. La risposta a ciascuna domanda può essere rappresentato da un valore che può essere sia qualitativo, come si / no, o quantitativa, come un punto tempo o spazio. Lo spazio conoscenza individuale in figura 1 con domande contiene con tre tipi di risposte: quelli che sono noti ( "?"), Quelli che non sono noti (" - "), e quelli che non sono conosciuto e che l'individuo non vuole sapere (nero con bianco segno meno). Ci sono N di domande con le risposte sconosciuti, dove la "i" sta per ignoranza. Tra questi è un sottoinsieme di N didomande le cui risposte un individuo non ne vuole sapere, dove "d" significa deliberate.

Il fattore 'psi'. Il termine chiave con cui psicologi e altri studiosi si riferiscono a fenomeni inspiegabili è il fattore 'psi'. Con questa lettera greca "vengono indicati tutti quei processi anomali di trasferimento di energie e informazioni che non hanno una spiegazione fisica o biologica". Tra questi, la telepatia, la chiaroveggenza, la psicocinesi (ovvero l'influenza apparente di pensieri e intenzioni su processi reali indipendenti), la precognizione e la premonizione di eventi futuri.

Fenomeni a cui la stragrande maggioranza del mondo accademico, tuttavia, non crede affatto. Anche se la fama e la notorietà dello psicologo statunitense (stimato a livello internazionale per i suoi lavori sulla percezione del sé, ndr) sembra aver lasciato attoniti anche i più ferventi oppositori.

Prevedere il futuro. Per riuscire a dimostrare l'esistenza di una 'specie di relazione' tra eventi che devono ancora accadere e le decisioni che prendiamo nella vita quotidiana, lo psicologo ha esaminato oltre mille studenti, sottoponendoli a nove esperimenti. A rendere nuovo l'approccio, l'idea di prendere in considerazione fenomeni comuni, invertendone però l'ordine logico-temporale.

In altre parole, ciò che di solito viene interpretato come la causa di un comportamento, nei test di Bem è stato mostrato o raccontato solo dopo il verificarsi dell'evento stesso. I risultati - considerati statisticamente rilevanti in otto casi su nove - hanno mostrato che i processi analizzati "funzionano anche se la causa arriva dopo la scelta, come se le nostre azioni - spiega il docente nel suo articolo -fossero il frutto di qualcosa che deve ancora avvenire".

Sperimentare la premonizione. In uno di questi esperimenti, ad esempio, Bem ha testato un fenomeno psicologico studiato a lungo: il priming affettivo. Nello scenario classico una persona, dopo aver osservato un parola su uno schermo, deve giudicare nel più breve tempo possibile se un'immagine è piacevole o meno. E' stato notato che se la parola che precede l'immagine ha un significato inverso rispetto alla figura (ad esempio, l'aggettivo 'brutto' e un disegno piacevole) le persone impiegano più tempo a rispondere.

Il ricercatore americano ha dunque invertito la prassi dell'esperimento: i partecipanti vedevano l'immagine e dovevano esprimere un giudizio prima di leggere. Così, stranamente, anche in questo caso, quando la parola aveva un significato opposto, i soggetti impiegavano più tempo ad esprimere un giudizio. Allo stesso modo, Bem ha anche testato altri effetti psicologici come l'attrazione verso cose piacevoli, l'istinto ad allontanarsi dai pericoli, la facilità con cui si richiamano parole e oggetti già visti: in tutti i casi ha invertito l'ordine temporale, ottenendo sempre la conferma della retroattività della causa.

Fisica o evoluzione? Riguardo le origini di questa capacità, lo psicologo non ha dubbi: "Una volta apparsa, psi è stata selezionata positivamente per gli indiscussi vantaggi che porta con sé". Ma come giustificare tali fenomeni? Su questo Bem mette le mani avanti: "Spesso nella scienza i dati empirici arrivano quando le spiegazioni non sono state ancora neanche immaginate e che varie altre teorie ritenute impossibili si sono poi rivelate vere". Ad esempio "la meccanica quantistica: all'inizio - ricorda lo specialista - anch'essa fu oggetto di numerosissime critiche, eppure oggi è la teoria su cui poggia gran parte della fisica moderna"

Le reazioni. Intanto, com'era prevedibile, lo studio ha suscitato un certo clamore tra gli esperti. A passarlo al vaglio è stato un team di quattro revisori, che pur avendo suggerito delle modifiche non hanno riscontrato alcuna incongruenza di fondo. "Personalmente, credo che tutto ciò sia ridicolo e non possa essere vero - scrive su Psychology Today Joachim Krueger, psicologo della Brown University (Providence) - tuttavia dal punto di vista della metodologia e di come è sono stati disegnati gli esperimenti, lo studio è inattaccabile".

Charles Judd, responsabile editoriale della pubblicazione sul Journal, ha fatto sapere che l'articolo sarà accompagnato da un editoriale che solleverà dei dubbi. "La speranza - ha precisato - è che altri studiosi colgano la sfida e provino a replicare questi risultati".

Voler sapere più cose possibili sembra la naturale condizione umana, ma non secondo un nuovo studio: se ci danno la possibilità di conoscere cosa ci riserva il futuro, generalmente preferiamo non saperlo. La propria morte, la morte del partner, la sorte del proprio matrimonio, l’esistenza di una vita dopo la morte. Eventi negativi ma non solo, tendiamo a preferire l’ignoranza anche se all’orizzonte potrebbe esserci qualcosa di positivo, dice un nuovo studio pubblicato dalla American Psychological Association su Psychological Review, la combinazione di due sondaggi condotti su oltre 2000 persone adulte tra Spagna e Germania.

Secondo Gerd Gigerenzer del Max Planck Institute for Human Development, a capo dello studio, il fatto che la maggior parte delle persone scelga di non sapere sembra quasi contro-intuitivo. Eppure è quello che ha trovato con i colleghi: tra l’85 e il 90% dei partecipanti ha dichiarato che non vorrebbe essere informato dei futuri eventi negativi, mentre tra il 40 e il 70% preferiva restare ignaro anche di quelli positivi, come il regalo che avrebbero ricevuto a Natale. Più l’ipotetico evento è percepito come vicino, per di più, meno si vuole sapere: le persone più anziane scelgono di non conoscere la data della propria morte più spesso rispetto ai giovani. Eppure non è passato inosservato che la gente a volte non voglia  sapere o conoscere il futuro, preferendo affrontare la conoscenza del presente. In "Blowin 'in the Wind" di Bob Dylan (1963) ha chiesto: "Quante volte può un uomo volgere il capo, facendo finta che ha appena non vede? "

I ricercatori medici hanno chiesto il motivo per cui circa il 10% dei Cana-adulti Dian con una storia familiare di malattia di Huntington (HD) Non ha scelto di avere il test di collegamento (un test predittivo per HD; Babulet al., 1993), o perché il 20% del Malawi adulti a rischio per l'HIV ha sceltodi non conoscere i risultati di un test HIV, anche quando le viene offerta incentivi monetari (Thornton, 2008). Come Dylan, medico ricercatore spesso non collegare volendo sapere con auto-inganno,la disonestà, e sottrarsi responsabilità Quanti erano fermamente convinti di voler conoscere ciò che li aspettava? Solo l’1%. Secondo gli scienziati – che all’inizio della pubblicazione inseriscono ad hoc una citazione tratta dall’Orestea su Cassandra, sola ed esclusa dalla società a causa del dono della preveggenza – l’obiettivo è evitare le sofferenze e il rimpianto che conoscere il futuro e soprattutto le cattive notizie possono provocare. Quando James Watson, il co-scopritore del DNA insieme a Francis Crick, acconsentì a far sequenziare il proprio genoma, lo fece a condizione che il suo genotipo ApoE4 (che indica il rischio di Alzheimer) fosse escluso dalla pubblicazione e che non glie ne fosse fatta parola. Un’altra ragione per stare lontani dalla conoscenza anticipata è evitare il classico effetto “spoiler”, ovvero rovinarsi la sensazione positiva che coglie al verificarsi degli eventi favorevoli. “L’ignoranza [intesa come non conoscenza] volontaria, come abbiamo mostrato, non solo esiste; è un modo di pensare diffuso di fronte a questioni come la morte e il divorzio”, scrivono Gigerenzer e colleghi, “ma anche gli eventi positivi studiati in questo articolo. […] Rifiutando il potere che ha reso famosa Cassandra, si può evitare la sofferenza che conoscere il futuro potrebbe causare, il rimpianto, nonché mantenere il piacere della suspense che ci danno gli eventi positivi”.

Gli scienziati hanno anche scoperto che le persone che preferiscono non sapere cosa le aspetta nel futuro sono anche quelle meno propense a correre rischi e che tendono a stipulare assicurazioni, anche sulla vita. Il che, dice Gigerenzer, fa pensare che scelgano di non sapere anticipando il rimpianto. “Proponiamo una teoria del rimpianto dell’ignoranza volontaria”, scrivono i ricercatori nel loro articolo. Il rimpianto, regret in inglese, è un’emozione negativa che sperimentiamo dopo aver scelto un’opzione A per poi scoprire che la migliore era la B. L’anticipazione del rimpianto è un’emozione diversa, che si verifica ancor prima che la decisione sia stata presa. Nell’indagine c’è stata una sola eccezione: l’unica domanda del sondaggio a ricevere una percentuale più elevata di risposte positive (65% sì contro 35% no per la Spagna, 60% si contro 40% no per la Germania ) è stata “vorresti conoscere il sesso di tuo figlio?”. Un’informazione che -a differenza dell’esistenza di una vita dopo la morte o la sorte di un matrimonio- possiamo effettivamente avere nella realtà e che consente, ad esempio, di pianificare in anticipo alcuni aspetti della vita con il nuovo nato. Il fatto che sia una domanda realistica, a differenza di molte altre nel questionario, mette la pulce nell’orecchio da subito. Non sarà che si sceglie di saperlo perché è qualcosa che davvero potremmo sapere? Nel momento critico, trovandosi davvero di fronte alla scelta se sapere o no, i partecipanti avrebbero dato al medico la stessa risposta? Alla fine del paper gli scienziati trattano anche questo aspetto: questo studio non può dire se i genitori avrebbero rifiutato davvero di conoscere il sesso del nascituro in sede di amniocentesi o ultrasuoni, scrivono, ma altri studi l’hanno fatto. Nel 2012 è stato chiesto a un gruppo di donne che stavano per fare un’amniocentesi (per via dell’età avanzata) se avrebbero voluto sapere se si trattava di un maschio o di una femmina. Il 31% di loro ha detto di no, una percentuale simile a quelle riscontrate nel lavoro di Gigerenzer. A un piccolo gruppo di donne (148) che avevano già partorito è stato poi domandato se sapevano già il sesso del nascituro prima del parto e il 45% ha risposto che aveva scelto di non conoscerlo. Per oltre nove donne su 10 la ragione era non rovinarsi la sorpresa, perché non saperlo era più divertente. Risultati simili li ha dati un’indagine condotta a Boston, che ha coinvolto sia madri che padri: a 1340 donne e loro partner è stato chiesto, subito prima degli ultrasuoni, se volevano sapere il sesso del nascituro. Il 42% ha detto di no.

 TESTO DI: Eleonora Degano - Augusto Rubei

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