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29 May

Blue Whale: un fake diventato realtà?

Pubblicato da The world Company  - Tags:  #DANGER NEWS

Blue Whale: un fake diventato realtà?

Nato in Russia come un gioco, o forse era un’operazione furbetta di automarketing, o addirittura pubblicità occulta di una casa di lingerie, poco importa. A questo punto, dopo che il fenomeno è esploso anche in Italia, il “Blu Whale”, la Balenottera Blu, si è trasformato in un pericolo. In certi casi è diventata addirittura una psicosi di genitori e insegnanti. Ma la polizia postale avverte: «Non è più uno scherzo, perché questa brutta specie di gioco sta incrociando le fragilità di tanti, troppi teenager». Sono circa due mesi che s’indaga su “Blue Whale”. In diverse procure sono stati aperti fascicoli. Forse non ci sono ancora indagati, perché non è facile capire esattamente chi è la vittima e chi il carnefice. Ma intercettazioni telematiche sono in atto per venire a capo del rebus. E allora ecco perchè Carlo Solimene, direttore della divisione investigativa della Polizia postale che da tempo lavora per la sicurezza del web, dice: «Non è un gioco, ma un comportamento pericolosissimo e contagioso». E se anche non c’è nessuna prova che si sia arrivati fino all’esito estremo di qualche suicidio indotto, c’è abbastanza materia per allarmarsi.

 

Di questa nuova tendenza giovanile si conoscono pochi dettagli, questo porta a domandare come sia possibile che i genitori si siano così allontanati dai ragazzi, da questi giovani:

Possibile che un genitore vedendo il ragazzino ferito, una, due, tre volte (forse anche per attirare l'attenzione e manifestare ils uo disagio) non s'interroghi?

Possibile che i ragazzini possano girovagare di notte, nei cimiteri, avere una totale libertà/abbandono, da parte dei genitori?

Possibile che questa modernità conduca all'abbandono e al disorientamento dal valore della vita?

Cosa sappiamo del “Blue Whale”, senza allarmismi inutili?

Poco o niente, nonostante quello che scrivono i giornali: è un misterioso fenomeno di internet nato in Russia che istigherebbe gli adolescenti al suicidio

In Italia da alcuni giorni si parla molto del “Blue Whale”, un misterioso fenomeno di internet nato in Russia che consisterebbe in una serie di prove da superare tra cui l’automutilazione, e che secondo qualcuno avrebbe spinto decine di adolescenti nel mondo al suicidio. Il “Blue Whale” rientra in un più ampio fenomeno di sfide “estreme” online che hanno avuto una relativa diffusione tra gli adolescenti, anche in Italia. La notizia è stata trattata da siti e giornali di tutto il mondo, anche da quelli italiani, nella maggior parte con toni allarmistici e senza nessuna verifica: nonostante l’attenzione mediatica dedicata al fenomeno, infatti, non esistono prove che colleghino direttamente i suicidi – avvenuti soprattutto in Russia – al “Blue Whale”. Ciononostante alcuni giornali hanno parlato di “gioco dell’orrore” e attribuito al fenomeno fino a 130 suicidi, sostenendo che sia “arrivato in Italia”, nonostante non ci siano prove al riguardo.

Prima avvertenza, di app come “Blue Whale” ce ne sono più di una. Hanno in comune un percorso di follia, di prove estreme, e di ricerca di protagonismo, che attira soprattutto i giovanissimi, nativi digitali. Sta diventando, insomma, una stupida moda.

Seconda avvertenza, il gioco crea dei ruoli interscambiabili tra i “tutor” e i “giocatori”. Come in tutti i giochi di ruolo, però, c’è chi si appassiona oltremodo, scambiando la realtà con il virtuale, e alla fine non importa più perchè ci si comporta in un dato modo: il grave è che i comportamenti sono terribilmente concreti. «A fare impressione - dice a sua volta Geo Ceccaroli, Direttore del compartimento Polizia Postale dell’Emilia Romagna- sono quelli che sul web incitano i ragazzi a procedere nelle prove e li invitano a mettere in atto atti di autolesionismo».

Anche in Piemonte si indaga. Paola Capozzi è la dirigente regionale della polizia postale ed è alle prese con diversi casi delicatissimi. «Alle famiglie - spiega - diciamo di stare vicini ai propri ragazzi. Non devono sottovalutare i segnali di allarme, come l’improvviso rinchiudersi nello smartphone o nel pc, ma anche i piccoli episodi di autolesionismo. Sta a loro, prima di tutti, di far capire che il disagio non si risolve nella Rete». Da quando s’è preso a parlare di “Blue Whale”, però, la polizia postale si trova a dover fronteggiare un esercito di investigatori fai-da-te, di pseudogiornalisti, di genitori angosciati che creano più confusione che altro. E dato che il lavoro degli investigatori è di scandagliare i siti sospetti per capire le dinamiche in atto, è evidente che tutta questa folla di falsi bersagli non fa altro che far disperdere le energie. Per non parlare della miriade di segnalazioni che poi si rivelano sbagliate. Ormai però il fenomeno esiste, la psicosi anche, e pure - «ed è la cosa più grave, mi creda», dice Paola Capozzi - il suo mito noir. Proprio questo mito sta prendendo piede tra i giovanissimi. Il gioco, infatti, intercetta un disagio adolescenziale diffuso. E qui, tra emulazione e senso della sfida, a metà strada tra la voglia di farsi notare e la necessità di trovare un ascolto purchessia, si moltiplicano i casi di giovanissimi che cercano loro, senza nemmeno qualcuno che li inciti, di partecipare al gioco.

Entrare nella app è facilissimo. «Un meccanismo perverso», lo spiega la polizia postale, che sembra fatto apposta per attirare personalità fragili. Problema nel problema, questo tipo di applicazioni attirano non solo le potenziali vittime, ma anche i potenziali carnefici. «Dietro le vesti di tutor può esserci qualsiasi malintenzionato, di cui la Rete è piena».

Ecco dunque perché tanto allarme. La frittata ormai è fatta. Il mito è stato creato. La polizia postale ha perfino deciso di non usare più l’espressione “Blue Whale”, perché ritenuta troppo gentile e tentatore. Nelle indagini e nelle comunicazioni chiameranno il fenomeno con la sigla F57, «la lettera e il numero che si chiede di incidere sul dorso della mano come prima prova nel percorso verso questo girone infernale».

Il Blue Whale è una nuova dimostrazione di come il mondo virtuale possa dominare le psicologie deboli dei ragazzi, ritenuti in uno stato di abbandono. Gestori dei siti social, gdr, forum, s'interrogano e osservano questo fenomeno con ansia; testimonial dell'impotenza di fronte alla mancanza della figura famigliare in una generazione giovanile abbandonata.

In Italia, il modo migliore per un adolescente per parlare velocemente con qualcuno che possa essere d’aiuto è rivolgersi ai servizi specializzati, per esempio telefonando  o scrivendo in chat al Telefono Azzurro, o visitando i siti youngle e Generazioni connesse. In alternativa si può contattare un centro di salute mentale, un pediatra, uno psicoterapeuta, anche rivolgendosi direttamente a un ospedale. Apple, Windows e Android offrono poi agli adulti delle semplici funzioni per attivare dei filtri per minori sui propri dispositivi e software, per evitare che bambini e adolescenti visitino siti con materiale pericoloso. Nonostante la delicatezza e la serietà del tema dei suicidi tra gli adolescenti, è importante sottolineare che non c’è nessuna prova che il “Blue Whale” abbia causato o stia causando direttamente dei suicidi, né che sia “arrivato in Italia”, e tantomeno che sia “una nuova moda”.

I ragazzi sono soggetti a sfide che non possono gestire da soli, sono itnrappolati in un "mondo" parallelo dove la psicologia e il succubismo del gioco li rende schiavi e autolesionisti.

Qesto deve portare a riflettere come sia possibile che un presunto fake possa diventare... realtà...

 

Molti articoli hanno avanzato l’ipotesi che il “Blue Whale” abbia avuto la sua principale diffusione dopo l’articolo in cui se ne parlava su Novaya Gazeta, e che dietro al fenomeno ci sia soprattutto la ricerca di viralità o il trolling. Il fenomeno ricorda per certi versi il caso del “knockout game”, un gioco violento nato negli Stati Uniti che consisteva nell’aggredire persone scelte a caso per strada: anche in quel caso la notizia ebbe una larga diffusione, ma non si capì mai davvero quali fossero le reali dimensioni del fenomeno, e se davvero esistesse o se fosse una leggenda metropolitana.

 

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