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In collaborazione con le Redazioni - NotizieWeb 24/24; DangerNews; The Curious MagazineWeb

17 May

Galilei...secondo Paolini

Pubblicato da Arcangelo Sacchetti  - Tags:  #BLOG

Una grande lezione di teatro, e di vera cultura



Mai visto il teatro Argentina così pieno, di giovani e di non più giovani.  In scena c’era un uomo solo, ma lui solo, Marco Paolini, è capace di creare da solo la moltitudine scenica, di far rivivere non vestendo tanti panni, non mimetizzandosi in tante maschere, ma semplicemente con la voce e i gesti suoi, certe situazioni storiche in forma di inchiesta problematica (memorabile il suo Vajont, e in questo giornale si può leggere Miserabili tutti, cioè non più liberi, dove ci sono già l’ITIS e il Dams).

Visto altre volte, in teatro e in tv, e quasi sempre su temi di grande spessore etico e di vasta risonanza sociale e politica, mi aspettavo che il suo Galilei non potesse sfuggire alle suggestioni brechtiane. Invece qui si gioca sull’ironia piuttosto che sul sarcasmo, sul sorriso dell’intelligenza piuttosto che sul ghigno dell’irrisione.  I riferimenti agli eventi storici e ai loro protagonisti ci sono tutti, brevi, ma  puntualissimi e plasticamente efficaci.

Non astiosi, ma nemmeno scoloriti certi giudizi sugli ''antagonisti'' (Bellarmino, Urbano VIII…). Paolini non riproduce in Galilei la figura dello scienziato eroe, non gli affida messaggi epocali. Non ce n’era bisogno, Galilei è Galilei, basta il nome a garantirne la credibilità. E d’altra parte è proprio questo profilo basso, si direbbe ''comico'', a rendercelo più vicino, più familiare. Egli è un ''meccanico'', un tecnico, come tra l’altro ricordano con rivendicazione orgogliosa i tanti Istituti Tecnici Industriali a lui intitolati.  Rivendicazione fatta propria dagli autori di questo spettacolo (Francesco Niccolini e lo stesso Paolini) intitolandolo appunto ITIS- Galileo.

 

 

Furbescamente il grande ''meccanico'' si attribuisce e si fa riconoscere a un certo punto il titolo di ''filosofo'', e così può difendere bene e vendere meglio le sue invenzioni tecniche, che sue propriamente non sono, ma che sue fa credere. E’ una interpretazione ironica, minimalista, e Paolini ci gioca a lungo su questo tasto. Ma non trascura l’altro che gli sta appresso, il tasto della rivoluzione scientifica. E’ vero che senza l’invenzione del cannocchiale la rivoluzione copernicana sarebbe rimasta una ipotesi puramente matematica, ed è pure vero che  Galilei fece un po’ il malandrino ad attribuirsene la paternità (di un olandese? o di un  collaboratore tecnico?).  Ma se quel brevetto non avesse portato il nome suo non avrebbe prodotto né l’uso scientifico che soltanto Galilei poteva farne né quella ricaduta tecnologica da cui prende avvio, in termini conoscitivi e fattuali, il progresso scientifico.

La ''meccanica'', la tecnica  a niente sarebbero servite senza la sua scienza, senza la sua filosofia. In questo, Galilei sta ancora dentro quella unità tutta umanistica del sapere per la quale filosofia, scienza e religione convivono simbioticamente.

 

 

Paolini ne è ben consapevole e non perde occasione per renderne consapevoli anche gli spettatori, non mettendosi in cattedra, ma semplicemente toccando con tempestività sapiente i tasti del piano e del forte. Le polemiche intorno al rapporto tra scienza e fede oggi hanno per tema soprattutto la bioetica; non toccano più, se non come un precedente ormai lontano nella storia, il ''caso Galilei'', anche perché la ''riabilitazione'', troppo tardiva, ma finalmente totale fatta dalla Chiesa ha tolto molto veleno alle frecce dei polemisti (Si veda, in questo giornale, Giovanni Paolo II e Galilei).

 

 

Ma il  tema vero dello spettacolo è l’uomo Galileo. Egli ha il nome per cognome, ed è per antonomasia la scienza. Ma dando la preferenza al nome, già il titolo vuol dire che in primo piano  c’è la sua umanità, in tutte le  espressioni. Qui infatti Galilei è geniale per intelligenza ed  abile nel monetizzarla; è autore di scoperte strabilianti, ma anche accaparratore di titoli accademici lautamente remunerati. Non coltiva il sentimento eroico  della scienza e non ci tiene a mettersi in posa antagonistica per la libertà del sapere. Ritiene giusto e conveniente  cercare il sostegno dei potenti e scalare la carriera accademica. Non assume atteggiamenti gladiatori di fronte ai giudici del S.Uffizio. Insomma, pure i geni sono uomini. 

Ma nemmeno costretto all’abiura  rinuncia alle sue idee, e meno che mai si chiude nell’autocommiserazione. Il papa gli ha concesso di abitare nella villa di Arcetri,  a condizione che  non la trasformi in luogo di congressi, ''dove viva in solitudine né inviti o accolga degli ospiti per incontri colloquiali'' (ubi vivat in solitudine nec eo evocet aut venientes illuc recipiat ad collocutiones).

 

 

Ma Galileo continua a lavorare alle sue idee, quelle di sempre, rimanendo al centro di un vasto intreccio epistolare col mondo scientifico, italiano ed europeo. Scrive in quegli anni e pubblica nel 1638 a Leida presso gli editori Elzeviri  Discorsi e  dimostrazioni matematiche intorno a due nuove scienze attinenti alla meccanica ed i movimenti locali. Secondo alcuni è il suo capolavoro. Secondo Paolini è comunque il messaggio umanamente più significativo che egli ci lascia: continuare a vivere e a lavorare per quello in cui si crede, nonostante gli acciacchi del corpo, l’usura degli anni e la malignità dei tempi.

I tempi sono quelli del Seicento. E’ il secolo della rivoluzione scientifica e per questo  della incipiente modernità, ma si apre sotto i foschi bagliori di Campo dei Fiori ed è pieno di tanti altri roghi, tutti alimentati dalla superstizione e dall’intolleranza. Un secolo di contraddizioni violente, tra un passato che erge barriere a propria perpetuazione e un futuro che preme su di esse con la forza tragica delle nuove verità.

 

 

Paolini, anche in questo caso sceglie il tono basso. Per lui, il segno di queste contraddizioni è il teatro, da Shakespeare alla Commedia dell’arte.  Quasi negli stessi anni vengono alla luce il De revolutionibus di Copernico (1543) e la prima Compagnia di comici professionisti (1545), i prodromi della modernità scientifica e di quella teatrale. Alla fin fine si può dire che Marco Paolini riporta Galilei al tempo che fu di Galilei, al tempo delle maschere.

Il prologo dello spettacolo, con l’attore che gioca con gli spettatori interrogandoli sugli studi fatti, e alla fine dà la preferenza a quelli ritenuti più bassi, chiamando sulla scena, in veste di lettori, due ex allievi di un istituto tecnico, propone la ''classica'' situazione comica inaugurata dalla Commedia dell’arte, in questo caso non senza una punta di satira contro la moda del Dams.  E verso la fine Paolini confessa, autobiograficamente, di essere entrato finalmente nel Dialogo sopra i due massimi sistemi del mondo, il capolavoro che determinò la condanna di Galilei, quando ha capito  che si tratta di un’opera perfettamente interpretabile in quella chiave e che i suoi personaggi possono indossare le maschere.

Così Salviati è il copernicano convintissimo, Simplicio è l’aristotelico fedele fino alla caricatura e Sagredo è il moderatore  della contesa. Inutile precisare  che effettivamente soltanto Simplicio, trasparente e intellettualmente disarmato proprio come dice il nome, ha le fattezze perfette di una maschera, quella appunto che celando secondo i nemici di Galilei il volto di Urbano VIII, fu per lui all’origine non ultima del processo e della conseguente condanna

 

 

Di certo, è in questa chiave che Paolini si accosta al capolavoro galileiano, e si produce in una delle scene più divertenti. E’ il passo della Giornata seconda in cui Salviati è impegnato a dimostrare come sia possibile che mentre la terra gira attorno al sole a velocità folle nessuno di noi ne abbia il minimo sentore: Però notate: il moto in tanto è moto, in quanto ha relazione a cose che di esso mancano: ma tra le cose che tutte ne partecipano egualmente, niente opera ed è come s’ei non fosse…... 

L’attore, seguendo l’esempio galileiano della nave, dimostra poi a modo suo, in dialetto veneziano,  come sottocoperta, attorno a una tavola imbandita d’ogni ben di Dio ma anche infestata da un nugolo di zanzare, tutti mangino e bevano come fossero a casa loro, su terra ferma, e come le stesse zanzare invece di andare a sbattere sulla parete opposta, si applichino a succhiare il sangue dei commensali.

Una grande lezione di teatro, e di vera cultura.

Alla fine, tanta gioia e tanti applausi. Dalla platea, gremitissima, mi sono voltato a guardare i palchi. Tutti pieni di facce e di mani che non volevano smettere di far festa.      

 

 

   Arcangelo Sacchetti

Per ILCassetto

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