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In collaborazione con le Redazioni - NotizieWeb 24/24; DangerNews; The Curious MagazineWeb

26 Apr

"Le due dottrine eterodosse: il Buddhismo"

Pubblicato da Ambra Guerrucci e Federico Bellini  - Tags:  #DANGER NEWS

Reportage di Ambra Guerrucci  e  Federico Bellini

 

Con il termine eterodossia, nata dalle due parole greche heteros (diverso) e Doxa (opinione), ci si riferisce in generale ad una serie di ideologie o credenze non in linea con quelle maggiormente diffuse, e nel caso specifico delle dottrine indiane si identificano con tale termine il Buddhismo ed il Jainismo, entrambe discostatosi dai filoni di pensiero riconoscibili come induismo per seguire gli insegnamenti, rispettivamente, di Siddhartha Gautama e Mahāvīra. Esattamente come le sei correnti ortodosse, esse, rappresentano delle vere e proprie vie per la realizzazione umana, ispirate alle esperienze dirette di chi le ha concepite; l'unica differenza, a parte il metodo per conseguire la reale conoscenza, sta nella “fede” nei Veda da parte delle Darsana.

http://imblog.aufeminin.com/blog/D20100927/473622_537192940_buddha18_H175136_L.jpgA sua volta, il "Buddhismo", è composto da una grande varietà di forme, talune alquanto distanti dalla matrice originaria, ma tutte hanno come base l'insegnamento di Gautama, che condusse la sua esistenza e personale ricerca interiore nell'India del nord, circa 2500 anni fa. Si dice che egli sia nato in una famiglia di ricchi regnanti dove, tra le varie profezie che accompagnarono la sua venuta al mondo, vi fù quella di un grande saggio che lo riconobbe come un futuro risvegliato. Suo padre, per impedire che il figlio abdicasse al trono per andare incontro al suo destino spirituale, lo fece vivere nello sfarzo e gli impedì finchè potè ogni contatto con la realtà del popolo, fatta di vecchiaia, sofferenza e morte. Si sposò molto presto ed ebbe un bambino, ma all'età di ventinove anni uscì dalla reggia per conoscere il mondo e fece degli incontri che gli cambiarono la vita, comportando un crollo di tutto ciò che lui conosceva come reale fino al giorno prima; si imbattè in un vecchio, un malato ed un morto (secondo alcuni un funerale) che gli apirono gli occhi sull'illusione propinatagli dal padre. In seguito conobbe un monaco mendicante, un uomo calmo e sereno, che con la sua pace fece comprendere al giovane principe quale sarebbe stata la strada da seguire.

Da quel momento iniziò a rifiutare gli agi e le ricchezze, fino a quando non fuggì, abbandonando il reame per dedicarsi interamente alla vita ascetica. Gautama praticò la via dell'ascetismo e della privazione per diversi anni quando, ad un certo punto, si rese conto che era priva di sbocchi e così smise di rifiutare il cibo, tornò ad una dieta normale, cosa che gli costò la perdita dei suoi discepoli, che presero questo suo cambiamento come un gesto di debolezza e perciò lo abbandonarono. In realtà egli aveva capito l'importanza dell'equilibrio, di non avere né più né meno del necessario, così naque il suo insegnamento della “Via di Mezzo”. Desideroso di conoscere le cause del dolore presente nella realtà mondana, ed il modo per emanciparsi da esso, si dedicò allo stato meditativo, comprendndo che solo attraverso di esso avrebbe potuto comprende la verità più profonda e che per fare ciò aveva bisogno di un corpo in buone condizioni, non spossato dalla fame, sete e dalle sofferenze autoinflitte, poiché in quelle condizioni per la mente è difficile trovare la quiete. Il principe Gautama, attraverso la meditazione, raggiunse livelli di coscienza sempre più elevati, giungendo alla comprensione delle Quattro nobili verità e dell'Ottuplice sentiero, che spiegheremo nel dettaglio in seguito. Così, all'età di 35 anni e dopo sette settimane di raccoglimento in meditazione, in una notte di luna piena del mese di maggio egli si illuminò, sperimentò il Nirvana, liberandosi per sempre dal ciclo delle rinascite. Fù proprio grazie alla sua realizzazione spirituale che si guadagnò l'appellativo di Buddha, dal significato di “Risvegliato”, attribuitogli dopo il conseguimento della saggezza. Attualmente non è stato ritrovato alcun testo scritto da Siddhartha di suo pugno, per questo si dice che egli non scrisse mai nulla, ma in compenso trasmise il suo insegnamento all'ordine religioso da lui fondato (il Sangha), che inizialmente né tramandò oralmente i principi. Quest' ordine, guidato per quarantacinque anni dallo stesso Gautama, è rimasto vivo per secoli ed ha permesso alla parola di Siddhartha di arrivare fino ai giorni nostri. Così, ad oggi, il Buddha, il Dhamma e il Sangha sono conosciuti e rispettati dai buddhisti come i "Tre Rifugi", acquisendo altresì il valore simbolico di Saggezza, Verità e Virtù, che l'uomo possiede dentro di sé potenzialmente, ossia in forma di seme da coltivare. Il messaggio di Siddarta non conobbe grandi consensi in India, ma dopo la sua morte si diffuse negli altri stati asiatici ed in ognuno di essi prese una forma diversa, modificandosi a seconda delle varie culture locali e dando origine a numerose scuole di pensiero, riassumibili in tre principali correnti: l'Insegnamento degli Anziani, denominato Theravada, attualmente praticato nello Sri Lanka, in Birmania e in Tailandia; il Grande Veicolo , Mahayana, che unisce le varie tradizioni sorte in Cina, in Corea e in Giappone; ed il Veicolo adamantino, Vajrayana, a cui ha aderito il Tibet. Il pensiero buddhista è riuscito ad approdare anche in occidente, grazie ai vari studiosi di filosofie orientali ed i maestri che ne hanno diffuso i contenuti. Il Buddha ha presentato al mondo una via di risveglio spirituale che è possibile applicare nella propria vita quotidiana, ed i tre aspetti principali della pratica sono virtù, meditazione e saggezza. Inoltre, per chi vuole seguire i suoi insegnamenti, è necessaria l'osservazione delle regole di autodisciplina denominate “i cinque Precetti”:

 

 

 

1. Astenersi dall'uccidere e dal far del male agli esseri viventi;

 

2. Astenersi dal rubare e prendere ciò che non ci è stato dato;

 

3. Astenersi da una condotta sessuale irresponsabile;

 

4. Astenersi dal mentire, dall'offendere, dai pettegolezzi e dalle calunnie;

 

5. Astenersi dall'abuso di sostanze inebrianti, come le bevande alcoliche o le droghe, cause di negligenza e perdita di consapevolezza.

 

Tali regole non sono da vedersi come dei comandamenti ed infrangendoli non si commette alcun peccato, piuttosto sono state stilate da Siddhartha per rendere la vita dell'individuo armonica con l'esistente ed indirizzarla sul sentiero del risveglio; vivendo in questo modo ci si prepara alla pratica della meditazione, che è il secondo aspetto del sentiero. Secondo il nostro pensiero è possibile anche utilizzare come punto di partenza, invece che delle regole, la meditazione, ed entrando in contatto con la parte più profonda di noi stessi si arriva da soli a seguire questi precetti, anche senza aderire al buddhismo né conoscerli. Con questo voglio dire che si può arrivare al punto in cui si trascendono tutte le regole ed allo stesso tempo ci viene naturale comportarci in modo armonioso con ciò che ci circonda e con la nostra essenza, che non ci permetterebbe mai di ferire in qualsiasi modo un'altra creatura, poiché al di là della Mente, dell'Ego e della forma tra noi ed essa non c'è distanza alcuna. Il termine "Meditare" ha assunto nell tempo e nelle varie culture vari significati, che vanno dalla pratica di dirigere ripetutamente l'attenzione su un'immagine, una parola o un tema allo scopo di calmare la mente e riflettere sul significato dell'oggetto prescelto, fino allo stato di coscienza in cui ci si ritrova ad essere totalmente svegli, in modo molto più forte e profondo di come lo siamo normalmente. L'uomo, infatti, si reputa “sveglio”, quando in realtà vive una vita immerso nelle illusioni dei sensi, del mondo impermanente, in cui ogni azione viene svolta dietro l'automatismo degli impulsi meccasici inconsci. Nella pratica buddhista della "meditazione di consapevolezza", l'attenzione focalizzata viene utilizzata per uno scopo introspettivo: indagare la natura della mente. A questo scopo, l'osservato ci è utile ad ancorare la nostra coscienza e facilitare la presa di consapevolezza dei pensieri inconsci, in genere celati dietro l' attività superficiale della mente. Il Buddha consigliava ai suoi discepoli di meditare attraverso l'osservazione del proprio corpo e della mente, ad esempio sul respiro, sulla sensazione associata all'inspirazione ed all' espirazione, senza interferire su tale processo, rimenendo semplicemente presenti a ciò che avviene. La pratica appena descritta porta, col passar del tempo, all'evoluzione esponenziale del senso di lucidità e pace interiore, con la quale è possibile riconoscere più chiaramente turbamenti, emozioni condizionate dalle circostanze esteriori ed aspettative, in modo da dissolverli e/o trasformarli in energia da direzionare creativamente, attraverso l'esercizio di un' investigazione profonda, penetrante, che utilizza la consapevolezza per purificare l'oggetto dell'osservazione. Il Buddha ha insegnato che è possibile sostenere la meditazione in ogni momento della vita quotidiana, mentre svolgiamo qualsiasi azione, e non solo quando si siede immobili in un certo luogo; l'importante non è cosa facciamo, ma come lo eseguiamo. Per rendere qualsiasi gesto meditativo è sufficiente portare l'attenzione alle sensazioni derivanti dal movimento del corpo, dalle percezioni sensoriali o sul flusso di pensieri e stati emotivi che si susseguono nella Mente, in modo simile a vagoni di un treno che continua la sua corsa senza mai fermarsi. La 'presenza mentale', o consapevolezza, si esprime in un'attenzione serena ed oggettiva, non identificata con l'osservato e per questo imparziale. In genere pensiamo di essere imparziali con noi stessi, ma il forte coinvolgimento dovuto all'identificazione agisce come un filtro che si frappone tra noi e la visione obbiettiva per ciò che ci riguarda, per questo, ad esempio, al mondo c'è bisogno di giudici e giurie, dal momento che per ognuna delle parti in causa è l'altro ad aver torto. Invero si può dire che la meditazione di consapevolezza ci metta nella condizione di osservatore esterno, un ruolo simile a quello del giudice, che osserva come terza persona le varie parti che compongono il nostro essere, in modo da rendersi conto delle varie dinamiche e dei processi meccanici che governarno i nosti atteggiamenti, nonché l'intera vita.

Questo distacco dall'osservato ci garantisce una visione diversa da quella soggettiva e determinata dalla prospettiva egoica, come se finalmente potessimo osservare le cose da un punto in cui se ne può vedere ogni sfaccettatura, e tutto questo ci porta verso la condizione di pace e felicità incondizionata che il Buddha chiamò Nirvana. Questo stato non nasce dalla modifica della nostra essenza, ma al contrario è considerato “naturale”, in quanto rappreseta la realizzazione della vera natura dell'essere umano; è la riscoperta del meraviglioso cielo interiore finalmente purificato, sgombro dalle nuvole dei pensieri e degli stati mentali. Così come il buio si dissolve nella luce, allo stesso modo tutte le illusioni crollano di fronte alla verità, per effetto della consapevolezza espansa e non più limitata dalla “spazzatura mentale”: dogmi, sentimenti, pensieri ossessivi, convinzioni, dubbi e preoccupazioni. Anche se l'aspetto della presenza mentale ricopre un ruolo cardine, nondimeno Siddhartha attribuì importanza al tema della saggezza, del suo sviluppo e del discernimento, condividendo con i discepoli anche quanto emerse alla luce della sua consapevolezza. Il Buddha non concentrò i suoi insegnamenti sulla concezione del divino o della verità più elevata, perché comprese che tali argomenti dividevano le persone anziché unirle, quindi si interessò di quegli aspetti esistenziali a carattere tangibile, osservabili da chiunque e che non implicano alcun atto di fede o dogmatismo. Gautama esortava le persone a non lasciarsi guidare dalla tradizione, dall'abitudine, dal sentito dire o dalla razionalità, e nemmeno dalla fede cieca in un'altra persona, ma piuttosto discernere da soli che cosa è falso, involutivo, effimero e cosa è giusto e reale. In questo senso anche i suoi stessi insegnamenti, così come ogni altra nozione, devono esser presi come ipotesi e verificati alla luce dell'esperienza personale.

Ogni persona esprime la stessa verià in modo diversa, a seconda dei propri termini, connessi alla cultura da cui proviene, ma ciò che veramente conta non sono le parole, bensì l'esperienza e la saggezza che ne consegue. Sperimentare è utile non solo ad eliminare ogni idea “preconfezionata”, ovvero presa da altri individui, ma anche a comprendere veramente la cosa che abbiamo vissuto, al di là dei costrutti mentali. Ad esempio, se una persona non ha mai visto una rosa, sentito la sua fragranza ed i suoi petali vellutati, non capirà di che cosa si tratta sentendola nominare e nemmeno ad un'accurata descrizione; non esiste nozione che possa sostituire l'esperienza, così come un cieco non può comprendere la luce del sole fino a quando non la osserva. Al tempo stesso, quando la Mente viene sgomberata da tutto ciò che non è esperienza diretta, ma solo concetti vuoti o idee prese in prestito da altri, la verità obbiettiva si palesa spontaneamente. Una qualità che il Buddha attribuiva all'ordinaria vita umana, era quella espressa con il termine dukkha, traducibile come "insoddisfazione” o “sofferenza”, e questa considerazione sta alla base del suo intero insegnamento, che egli stesso descrive sinteticamente come la ricerca della verità circa l'origine di dukkha ed il percorso che conduce alla sua cessazione. A tal proposito Gautama ha divulgato le sue personali considerazioni, denominate “le quattro nobili verità”, come un derivato della sua esperienza, nonché osservazione sincera verso il mondo, che ognuno è invitato a sperimentare a sua volta. La prima è la verità del dolore, può essere sintetizzata nella frase “la vita è sofferenza”, nata quando egli si guardò intorno e vide la sofferenza in tutte le persone. La vita ordinaria, per come la conosciamo, include necessariamente una certa dose di esperienze spiacevoli come la malattia, il dolore fisico ed il disagio psicologico. Non solo ai tempi di Siddhartha, ma ancora oggi, nella nostra società economicamente avanzata e tecnologicamente all'avanguardia, esistono ancora le malattie e le sofferenze corporali, a cui sono andati ad aggiungersi l' ansia, la tensione fisica e mentale di vivere una vita sempre di fretta, mentre apatia e senso d' inadeguatezza esistenziale crescono esponenzialmente come sintomi di un dolore profondo, inconscio, legato alla lontananza dalla propria vera natura; inconsciamente a tutti manca la beatitudine, ma invece di scendere in profondità nel loro dolore e vivere una vita seguendo il flusso dell’esistenza, cercano di resistere, imponendo la loro musica al coro universale, non sapendo che questo stesso sforzo è la causa del dolore stesso. Anche le esperienze piacevoli vengono vissute in modo superficiale, legato alle circostanze esterne, e proprio per questo sono caratterizzate dalla precarietà; ad esempio, se la nostra felicità è legata alla macchina nuova e con essa si verificano problemi, non sarà difficile il ritorno alla sofferenza, ma anche se non ci fosse alcun contrattempo a rovinare il momento la felicità non durerebbe, insorgerebbero altri desideri e con essi tornerebbe l'insoddisfazione. Non è possibile alleviare con cose mondane il dolore esistenziale che fa da sfondo a tutta la nostra vita, a volte può sembrare di esserci riusciti, ma le nostre strategie abituali, prima o poi, si riveleranno un fiasco totale.

La ricerca di gratificazione, di maggiore successo o di una nuova relazione, non potranno colmare il nostro vuoto interiore per molto ed è proprio per questo che quando l'uomo concretizza le sue aspirazioni ne creerà subito delle altre. Anche la breve durata di molti matrimoni è spesso da attribuire a queste dinamiche, infatti molti cercano un partner che “li completi”, colmando quel senso di sofferenza che torna fuori ogni volta che si trovano sole. Talvolta si tende a identificare quel dolore con la solitudine, ma in realtà esso esiste a prescindere dal fatto che possiamo essere soli o in compagni, ma quando c'è qualcuno tendiamo ad ignorarlo, sovrapponendolo ad altri pensieri e sentimenti. Come detto sopra, molti cercano un compagno/a per colmare il proprio vuoto interiore, ma esso continua ad esistere e prima o poi tornerà fuori con maggiore forza, costringendoci a prendere coscienza del fatto che la persona al nostro fianco non è in grado di colmarlo; a questo punto, spesso, arriva il divorzio. La natura spirituale di questo bisogno rende inefficaci i tentativi di appagarlo per mezzo di ciò che si trova all'esterno di noi, come oggetti o persone: nessuno può annullare il dolore di un'altra persona perché la sua fonte è all'interno dell'uomo e solo lì può essere dissolto. Si tratta della nostalgia di “casa”, quel naturale stato dell'essere realizzabile entrando in profonda meditazione. In sintesi cerchiamo l'appagamento nel mondo perché nessuno ci ha insegnato che è possibile trovarlo solo all'interno di noi stessi e finche cercheremo la gioia nel mondo, dove tutto è transitorio e vulnerabile, saremo soggetti alla sofferenza. Quindi, in ultima analisi, le attività mentali come il desiderio, il giudizio di qualcosa come spiacevole o piacevole, ci mettono sulla strada dell'insoddisfazione. La seconda nobile verità riguarda l’origine del dolore: la ricerca della felicità nel mondo esterno, la brama dell’uomo di ingrandire il suo ego con ciò che è transitorio, vivendo la vita nella periferica materialità anziché nel centro, ignorando l’impermanenza delle illusioni. Per mezzo di un intuizione il Buddha comprese quanto la causa del dolore non sia da ricercare all’esterno di noi, nel destino o nel volere di una divinità, ma risiede piuttosto nell’attaccamento alle illusioni. Comunemente si tende a puntare il dito sempre all'esteno di noi, a scaricare la responsabilità delle nostre emozioni ad altre persone o circostanze e fino a quando agiremo in questo modo continueremo a cercare nel mondo anche una soluzione, per questo non sarà possibile trovarla. In questo modo non sfruttiamo mai totalmente il nostro potenziale e, rimanendo legati ai vecchi e limitanti schemi, ci è impossibile cogliere le infinite possibilità che la vita avrebbe da offrirci se solo riuscissimo ad essere più aperti e ricettivi. Sconnessi dalla propria guida interiore, ci lasciamo governare dai meccanismi inconsci, dall'istinto, da sensazioni o stati d'animo, ma questo risulta essere un grande limite per la nostra libertà e tale condizione può essere cambiata solo quando, attraverso la consapevolezza, realizziamo che stiamo osservando un abitudine, uno schema che non fa parte di noi, bensì funge da abito che occulta la nostra vera identità. Uno dei meccanismi che governa la nostra vita è proprio l'attaccamento alle cose transitorie, che non comprendono solo gli oggetti fisici, ma anche le convinzioni, idee, stati d'animo, qualsiasi cosa muta nel tempo e poiché questi oggetti sono transitori, la loro perdita è inevitabile, e così insorge la sofferenza. Anche l’idea di un “io” separato dal resto dell'esistenza è un illusione a cui siamo attaccati, infatti con questo termine indichiamo l'idea che abbiamo di noi stessi, le nostre identificazioni, che ostacolano l'espansione della consapevolezza al di fuori della sfera “personale”, impedendoci di sentirci ovunque, in veste dello spazio in cui tutto accade.

La terza nobile verità riguarda l’emancipazione dal dolore e, secondo essa, è possibile smettere di soffrire semplicemente rimuovendo la causa della sofferenza stessa, ossia lasciando andare gli attaccamenti a ciò che è provvisorio, come idee, oggetti e personalità. Quando dico personalità vi sono inclusi anche i nostri cari, perché è ciò a cui normalmente siamo attaccati, mentre se amassimo la loro essenza non ci preoccuperemo di perderli, considerando l'impossibilità di tale evenienza, dal momento che non siamo mai separati da loro. Nel nostro centro non esiste un “noi” e un “loro”, vi è solo pura esistenza, ed il raggiungimento del distacco (lo stato di non attaccamento) è il preludio per riscoprire quest'essenza e conoscere il Nirvana, là dove questo termine significa libertà da tutte le preoccupazioni, paure e qulasiasi forma di idea concettuale. A questo punto ti chiederai che cos'è questo centro e com'è possibile accedervi, e bene esso è il nucleo di ogni cosa esistente, anche di noi stessi, e proprio nelle profondità del nostro essere è possibile conoscerlo. Il problema è che non abbiamo occhi per vedere, rimaniamo sempre alla periferia dove tutto è mutevole, mentre il Nirvana diviene disponibile solo nel momento in cui smettiamo di reagire agli stimoli esterni in maniera meccanica ed iniziamo a rispondere alle situazioni liberi dagli schemi, dai pregiudizi e dalle convinzioni; in quello stesso istante la vita smette di apparirci ostile e inadeguata, vediamo le cose con occhi nuovi, finalmente liberi da ogni filtro che ci impediva di vedere la realtà dalla prospettiva più ampia. La quarta ed ultima nobile verità è la conseguenza delle altre e prevede che per far cessare il dolore è necessario seguire un percorso di gradualle auto-miglioramento, al fine di raggiungere non solo la cessazione della sofferenza, ma insieme ad essa la libertà dal ciclo delle rinascite. Si tratta di una serie di principi applicabili nella vita quotidiana, che ci portano a vivere attimo per attimo guardando il mondo da una prospettiva spirituale, così da aprire gli occhi alla verità ed avvicinarsi al Nirvana. Tradizionalmente, questa via per la saggezza, viene denominata "Nobile ottuplice sentiero" e rappresentata simbolicamente come una ruota con otto raggi, poiché ciascun punto sostiene ed è sostenuto da tutti gli altri. Il primo fattore è la retta visione, dove il termine “retta”, che introduce ogni punto, implica uno stile di vita in armonia con la virtù e la consapevolezza derivante dalla pratica meditativa, piuttosto che originato dall'egocentrismo come comunemente avviene. Chiunque pratichi regolarmente la meditazione sviluppa una coscienza per la quale risulta impossibile arrecare danno a se stesso, ad un altro, o ad entrambi; piuttosto si diventa saggi al punto di non perseguire più un proprio bene a discapito di altri, ma a curarsi anche del bene altrui, dato che se guardiamo le cose dalla prospettiva più elevata il bene comune coincide con quello di ogni singolo. La retta visione è in realtà il traguardo, ma è necessario sforzarsi fin dall'inizio di vedere la realtà, conoscendo e sperimentando in prima persona la veridicità delle quattro nobili verità, o almeno capire dalla nostra esperienza che soffriamo perché la nostra visione è limitata da una prospettiva soggettiva (quindi egoica). La retta intenzione è l’impegno di sostenere la retta visione e gli altri punti del cammino spirituale, lo sforzo di osservare nella quotidianità gli attaccamenti ed i meccanismi inconsci che li provocano, al fine di eliminarli.

La retta parola è l’assunzione delle proprie responsabilità in merito a ciò che viene detto, ponendo attenzione alla scelta delle parole e cercando di non provocare a nessuno effetti nocivi con esse. Questo punto implica l’auto-osservazione, poiché se non osserviamo quello che diciamo non possiamo prendercene la responsabilità. La retta azione è quella che viene dal cuore, non motivata da vantaggio personale, dall’ego o dall’attaccamento verso i suoi effetti. Spesso, senza accorgercene, anche l’aiuto che diamo è mosso dal nostro ego, troppo spesso sento la frase “aiuto gli altri quando sono in difficoltà così che quando lo sarò io avrò molte persone disposte ad aiutarmi”, e se osservate in profondità questa frase ne percepirete lo squallore. Al contrario, l’aiuto disinteressato non nasce mai dalla paura di trovarsi da soli ad affrontare le difficoltà, né viene considerato una sorta di investimento per il futuro o motivo di vanto, quando si aiuta qualcuno con amore non ci si aspetta niente in cambio, si dà per bisogno di donare e non per ricevere. La retta sussistenza non può essere ridotta al procurarsi il cibo senza spacciare droga, rubare e provocare danni agli altri, si estende anche all'impegno di vivere in equilibrio, lontani dagli eccessi dell’ascetismo e dell’edonismo, l'essere semplicemente naturali, mangiando abbastanza per non sentire la fame e non troppo da sentirsi male, trovando l' equilibrio. Il nostro corpo ha un intelligenza propria che si esprime, fino a quando non sapremo ascoltarlo mglio e trascenderemo questi segnali, attraverso delle sensazioni gradevoli o sgradevoli, e sarebbe sufficiente seguirli per tenere il corpo in perfetta salute. Il retto sforzo non è altro che la creazione di una nuova energia, la volontà che nasce direttamente dallo spirito ed è una delle due forze necessarie allo sviluppo del potenziale umano. Questa fermezza nasce dallo sforzo di far coincidere l’opinione con il comportamento, lasciando andare gli stati non salutari e perseverando nel cammino che riteniamo adeguato. La retta presenza mentale è la capacità di essere consapevoli, testimoni distaccati dei propri pensieri, come se lì osservassimo dall'esterno; in questo modo si arriva a controllare la mente, imparando ad interrompere il flusso di pensieri per mantenerla priva di confusione e di attaccamenti, ma per arrivare a questo è necessario un costante esercizio di auto-osservazione mirato a rendere consci i pensieri che attualmente si susseguono nel nostro inconscio. Basta sedersi e rilassarsi cinque minuti, senza pensare volontariamente, per rendersi conto di quanto sia affollata la mente e come sia lei a controllare noi anziché il contrario. L’ultimo punto riguarda la retta concentrazione: rappresentante praticamente la capacità di mantenere focalizzata l’ attenzione durante la meditazione, e metaforicamente l'importanza di non perdere di vista l'obbiettivo. Senza la concentrazione ogni punto di questo percorso è impossibile da seguire, questa caratteristica è infatti alla base di tutte le altre, perché in questo contesto viene intesa come sinonimo di consapevolezza. Riassumendo: la prima verità consiste nel capire la natura della vita mondana, la seconda nella comprensione dell’origine della sofferenza (l’attaccamento), la terza nel constatare che esiste un modo per emanciparsi dal dolore e la quarta nel percorrere il sentiero che porta al non-attaccamento, alla cessazione della sofferenza, alla saggezza nonché libertà assoluta che è il Nirvana. Seguire questo sentiero è una scelta legata più al benessere personale che alla moralità, infatti esso ci conduce ad eliminare i rimpianti e le preoccupazioni dalla nostra vita, a vivere semplicemente il presente e conoscere la gioia slegata dalle circostanze esterne, trovando dentro di sé uno stato di quiete in cui tutto rimane immutabile, paragonabile al famoso “Centro di gravità permanente” a cui accennò Franco Battiato in una delle sue canzoni. Chi non sogna di vivere sereno, libero dal senso di colpa, dagli sbalzi d'umore, dai conflitti interiori legati alle diverse opinioni di mente e cuore? Chi non ha mai desiderato di smettere di cambiare continuamente idea sulle cose e sulle persone, come se le nostre opinioni fossero una barca nel mare in tempesta? Tutto questo diventa possibile dal momento che si trova un punto di riferimento fisso e stabile: la nostra coscienza. Il fatto è che per raccogliere questi frutti si deve affrontare un lavoro costante su di sé, mantenendo un atteggiamento fermo e deciso, utile come una bussola per non perfere la retta direzione. Tutti desiderano i benefici, ma pochi sono disposti veramente a intraprendere un cammino di realizzazione, questo perché è più facile vivere una vita comune, anziché sforzarci di crescere e maturare come individui. Chi sceglie una vita “normale”, però, aderisce implicitamente a tutto ciò che deriva di conseguenza, quindi sceglie inconsapevolmente la sua sofferenza come effetto degli attaccamenti e della visione materialistica a cui non vuole rinunciare.

Non mi stancherò mai di ripetere che non si deve credere in qualcosa, ma piuttosto sperimentarla per scoprire in prima persona se è vera o se funziona; di conseguenza siete invitati a provare questo percorso praticabile da tutti, che ritengo una delle vie tutt'oggi praticabili (a differenza di altre di cui parleremo in seguito) in grado di condurci all'equilibrio psicofisico. Naturalmente i benefici diventano palesi solo dopo aver dedicato impegno, tempo ed energie alla pratica, poiché, come tutti i frutti, richiedono una coltivazione graduale e costante.

 

Tratto da "La Via delle Filosofie Indiane" di Ambra Guerrucci e Federico Bellini, Risveglio Edizioni

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