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In collaborazione con le Redazioni - NotizieWeb 24/24; DangerNews; The Curious MagazineWeb

26 May

Stalking & Cassazione

Pubblicato da Giuseppe Capone  - Tags:  #DANGER NEWS

 

Stalking: funzione anticipatoria di tutela della libertà personale e dell'incolumità psico-fisica

Testo pubblicato da Giuseppe Capone

 

Con l'introduzione della fattispecie di stalking, il legislatore ha voluto colmare un vuoto di tutela ritenuto inaccettabile rispetto a condotte che, ancorché non violente, recano un apprezzabile turbamento nella vittima e che possono sfociare in violenza (declinata nelle diverse forme delle percosse, della violenza privata, delle lesioni personali, della violenza sessuale). Lo ha stabilito la Quinta Sezione Penale della Corte di Cassazione, con la sentenza n. 18999, depositata l'8 maggio 2014, che compie un excursus dell'ampia giurisprudenza in materia di atti persecutori dopo cinque anni dalla sua introduzione nell'ordinamento italiano, anche dopo il restyling operato dalla recente normativa sul c.d. femminicidio (legge n. 119/2013).

 


http://www.freeonline.org/immaginics/medium/b185ecd81d414c7b87c78c03224bce8f.jpgNel rigettare il ricorso dei due imputati sul motivo inerente all'insussistenza degli elementi costitutivi del delitto (in relazione ad una serie di episodi di appostamenti, con atteggiamento di scherno o di minaccia, davanti allo studio immobiliare delle vittime e di specifiche condotte di ingiuria, scherno, minaccia, anche con l'uso di petardi), la Suprema Corte ricorda che la frantumazione delle condotte persecutorie precedenti all'entrata in vigore dell'art. 612-bis c.p. (ad opera del d.l. 23.2.2009, conv. l. n. 38/2009) in distinte ipotesi di reato - molestie, minacce, violenza privata - dimostra come con l'introduzione della fattispecie il legislatore abbia voluto colmare un vuoto di tutela rispetto a condotte che, ancorché non violente, recano un apprezzabile turbamento nella vittima. Si è preso atto che la violenza (declinata nelle diverse forme delle percosse, della violenza privata, delle lesioni personali, della violenza sessuale) spesso è l'esito di una pregressa condotta persecutoria, per cui mediante l'incriminazione degli atti persecutori si è inteso in qualche modo anticipare la tutela della libertà personale e dell'incolumità psico-fisica, attraverso la punizione di condotte che precedentemente apparivano inoffensive e, dunque, non sussumibili in alcuna fattispecie criminale o di figure di reato minori, quali a minaccia o la molestia alle persone. 

Sempre con riferimento alle condotte persecutorie pregresse all'introduzione del delitto di stalking, la sentenza ritiene che non possa dubitarsi del fatto che esso si configura nell'ipotesi in cui, pur essendosi la condotta persecutoria instaurata in epoca anteriore all'entrata in vigore della fattispecie incriminatrice, si accerti successivamente la reiterazione di atti di aggressione e di molestia idonei a creare nella vittima lo status di persona lesa nella propria libertà morale in quanto condizionata da costante stato di ansia e di paura.

Sul problema del tempus regit actum, come affermato in precedenza dalla giurisprudenza di legittimità, il reato di atti persecutori si configura nel momento in cui gli atti vengono reiterati nel tempo, ma il fatto che l'inizio della condotta avvenga ancor prima che entri in vigore la legge, non rende penalmente irrilevanti gli atti successivi. Tuttavia, perché si applichi la nuova norma, non basta che sotto la sua vigenza sia stato compiuto l'ultimo atto, ma occorre che tale atto sia preceduto da altri comportamenti tipici ugualmente compiuti sotto la vigenza della nuova norma incriminatrice (Cass., Sez. V, n. 10388/2013).

La Suprema Corte ha confermato che i comportamenti posti in essere dai due imputati si inquadrano nella tipologia dello stalking essendo consistiti in numerosi lanci di petardi e fuochi artificiali nei luoghi in cui le vittime, nonché di minacce e ingiurie (per telefono e di persona, per strada, mediante la manovra spericolata per simulare un tentativo di investimento) e di manifestazioni di scherno che si sono susseguiti senza soluzione di continuità negli anni 2009-2010, cagionando nelle persone offese uno stato di ansia.

I supremi giudici hanno ricordato che il delitto di atti persecutori è strutturato come reato abituale (anche se bastano due sole condotte persecutorie per integrarlo, Sez., V, n. 45648/2013), di evento o di danno, essendo sufficiente uno degli eventi previsti nell'art. 612-bis c.p.: nel caso di specie era presente il grave e perdurante stato di ansia, irrilevante essendo a tal fine che le intimidazioni siano state rivolte direttamente ovvero tramite terzi o gli scritti fatti pervenire alle persone offese.

Anche se tale stato di ansia era documentato dai certificati medici rilasciati dal medico di famiglia, non è necessario che sfoci in una patologia conclamata, che può assumere rilevanza nell'ipotesi di concorso formale con il delitto di lesioni ex art. 582 c.p. (Cass., Sez. V, n. 16864/2011). Tale elemento costituisce oggetto di accertamento da parte del giudice di merito, che non deve ricorrere all'uso di una perizia medica sulla vittima, ma può argomentare anche sulla base delle massime di esperienza; nel caso di specie è risultata congrua la motivazione fondata sulla diagnosi del medico di famiglia e sull'accertato uso di ansiolitici per alcuni mesi.

Gli imputati sostenevano l'assenza dell'elemento soggettivo perché non vi era la prova che i ricorrenti avessero coscienza della idoneità della loro condotta (il cui tenore dei presunti episodi molesti era tra il delirante ed il grottesco, quindi dall'intento più beffardo che intimidatorio) ad incutere quanto meno timore e preoccupazione nelle persone offese. Di diverso avviso sono i giudici di legittimità i quali ricordano anzitutto che il dolo degli atti persecutori è generico, consistente nella volontà di porre in essere le condotte di minaccia o di molestia con la consapevolezza della idoneità delle medesime alla produzione di uno degli eventi alternativamente necessari per l'integrazione della fattispecie legale; e unitario (richiamando Sez. V, n. 20993/2013), pur non essendo necessario che l'agente si rappresenti fin dall'inizio la realizzazione del fatto tipico, ben potendo il dolo realizzarsi in modo graduale.

Su tale aspetto la motivazione dei giudici di merito è per la Cassazione pure logica e coerente poiché evidenzia, ai fini della dimostrazione di tale consapevolezza, l'età delle persone offese, le continue e tempestive denunce presentate dalle stesse, la straordinaria reiterazione delle vessazioni e molestie, l'effetto sorpresa insito in molte di esse ed il movente accertato per almeno uno dei ricorrenti del torto che assume avere subito dalla testimonianza resa da una delle parti lese in altro procedimento. Per l'altro concorrente, invece, benché non animato dallo stesso spirito vendicativo, era suo amico e stretto collaboratore professionale e risultò essere l'ideatore di scherzi e bravate realizzate con l'amico, attraverso l'uso di petardi e parrucche, per cui finì per condividerne le motivazioni al di là della partecipazione ai singoli episodi, ne rafforzò il proposito criminoso, partecipò alla fase ideativa e, sul piano attinente all'elemento psicologico in tema di concorso di persone nel reato, agì nella consapevolezza di cooperare con altri nella comune realizzazione della condotta delittuosa di stalking.

DUE DENUNCE PER MOLESTIE COSTITUISCONO STALKING

Una volta perfezionatasi in concreto la fattispecie tipica del reato di atti persecutori, costituita dalla reiterazione delle condotte moleste e dal verificarsi di uno degli eventi alternativamente previsti dalla norma, dopo l'entrata in vigore dell'art. 7 del decreto legge 23.2.2009 n. 11, convertito nella legge 23.4.2009 n. 38, l'unica disciplina applicabile deve individuarsi in quella contenuta nell'art. 612 bis c.p..

Lo ha stabilito la Quinta sezione Penale della Corte di Cassazione, con la sentenza depositata il 3 febbraio scorso. Nella pronuncia in rassegna la Suprema Corte ha rigettato il ricorso di un uomo, condannato per i reati di atti persecutori e lesioni. I motivi del ricorso riguardavano solo il primo reato, ed in particolare: 

1) violazione di legge in ordine alla ritenuta sussistenza degli elementi costitutivi del delitto di cui all'art. 612-bis c.p. in quanto nella condotta dell'imputato sarebbero ravvisabili due differenti tipologie di reato, oggetto di autonome denunce da parte delle persone offese, da unificare sotto il vincolo della continuazione, per cui non avendo l'imputato assunto la veste di "molestatore abituale", egli non potrebbe ritenersi responsabile del delitto in questione; 

2) violazione di legge e vizio di motivazione per avere la corte territoriale ritenuto acriticamente che l'ammonimento da parte del Questore, ex art. 8 d.l. n. 11/2009 conv. L. n. 38/2009, non è necessario ai fini della configurabilità del reato di atti persecutori.

Per consolidato orientamento della Corte, tra gli elementi costitutivi del reato di cui all'art. 612-bis c.p. (comportamento minaccioso o molesto; realizzazione di uno degli eventi alternativi previsti dalla norma) in quello della "reiterazione" rientrano anche due sole condotte di minaccia o di molestia, escludendo il reato solo ove gli eventi fossero determinati da un solo atto, pur significativo.

Trattandosi di un reato abituale di evento, ne consegue essere errata la prospettiva dell'imputato per cui i singoli fatti denunciati andrebbero qualificati come molestie continuate ex artt. 81 e 660 c.p.; è sufficiente per la consumazione del delitto di atti persecutori la realizzazione di una pluralità di condotte che, singolarmente considerate, possono anche non costituire già reato e il verificarsi di uno degli eventi in quanto nella costruzione della fattispecie il legislatore ha indissolubilmente legato, in termini di rapporto causale, l'insorgenza di uno degli stati pregiudizievoli della libertà morale della persona offesa.

Una volta perfezionatasi in concreto la fattispecie tipica del reato di atti persecutori - conclude sul punto la sentenza - costituita dalla reiterazione delle condotte moleste e dal verificarsi da uno degli eventi alternativamente previsti dalla norma, dopo l'entrata in vigore dell'art. 7 del decreto legge 23.2.2009 n. 11, convertito nella legge 23.4.2009 n. 38, l'unica disciplina applicabile deve individuarsi in quella contenuta nell'art. 612-bis c.p.

Viene rigettato anche il motivo sulla presunta intima connessione tra la fattispecie incriminatrice di stalking e l'ammonimento del Questore, per cui se l'imputato fosse stato convocato dalla locale caserma dei Carabinieri, che da tempo conosceva l'uomo, egli avrebbe potuto essere "indotto a più miti consigli".

Viene correttamente ribadito dalla Suprema Corte che diversi sono le sfere di operatività del delitto di atti persecutori (penale) e dell'ammonimento (amministrativo).

L'unico collegamento tra i due istituti viene ravvisato nella circostanza che entrambi abbracciano gli stessi comportamenti stalkizzanti (non solo quelli rivolti fisicamente e direttamente contro la vittima della persecuzione ma anche atti che si riflettono indirettamente sulla vittima provandole un grave e perdurante stato di ansia e di paura o costringendola ad alterare le proprie abitudini di vita) ma è diverso è l'onere probatorio, in quanto per l'ammonimento, avendo finalità cautelare di natura amministrativa, sono sufficienti indizi coerenti.

Inoltre, il procedimento di ammonimento va attivato "solo" dalla persona offesa la quale può scegliere se attivare il binario amministrativo o presentare querela con la conseguente instaurazione del procedimento penale.

In tema di rapporti tra il delitto di maltrattamenti in famiglia e quello di atti persecutori, salvo il rispetto della clausola di sussidiarietà, prevista dall'art. 612-bis, comma 1, c.p., è applicabile il più grave reato di maltrattamenti quando la condotta valga ad integrare gli elementi tipici della relativa fattispecie.

In tema di rapporti tra il delitto di maltrattamenti in famiglia e quello di atti persecutori, salvo il rispetto della clausola di sussidiarietà, prevista dall'art. 612-bis, comma 1, c.p., è applicabile il più grave reato di maltrattamenti quando la condotta valga ad integrare gli elementi tipici della relativa fattispecie.  L'imputata, agente della polizia di stato, è stata tratta in giudizio per rispondere dei delitti di percosse, minacce, violazione di domicilio e atti persecutori nei confronti dell'ex marito (all'epoca dei fatti i coniugi non erano legalmente separati ma solo di fatto) e del reato contravvenzionale di molestie continuate a danno della di lui nuova compagna. Le contestazioni hanno formato oggetto di due distinti procedimenti penali e l'imputata è stata condannata in primo grado per tutti i reati ascritti, ad eccezione del delitto di stalking ex art. 612-bis c.p., oggetto d altro processo. Anche quest'ultimo si è concluso con la condanna dell'ex moglie, confermata dal giudice di seconde cure che si è limitato solo a rideterminare il quantum della pena complessivamente inflitta.


Maltrattamenti e stalking

L'imputata ha proposto ricorso in Cassazione con particolare riferimento all'affermazione di responsabilità del delitto di atti persecutori, sostenendo l'erronea interpretazione e la falsa applicazione degli artt. 572 e 612-bis c.p. in quanto, laddove le condotte integranti il delitto di atti persecutori siano consumate all'interno del nucleo familiare e in danno di un familiare, avrebbe dovuto trovare applicazione il reato di maltrattamenti contro familiari e conviventi, come si evince dall'incipit del dettato normativo dell'art. 612-bis c.p. (salvo che il fatto costituisca più grave reato). Di conseguenza, vista la citata clausola di sussidiarietà - nella prospettazione dell'imputata - una volta inquadrata in astratto la condotta dell'ex moglie nello schema dell'art. 572 c.p., si sarebbe dovuto rilevare l'assenza del requisito dell'abitualità delle condotte vessatorie, con conseguente assoluzione.

Di diverso avviso la Cassazione che ha confermato l'orientamento giurisprudenziale precedente il quale, partendo dalla differenziazione dei delitti di maltrattamenti e di atti persecutori (in ordine al bene giuridico tutelato, ai soggetti attivi e alla descrizione delle condotte punibili), ha ritenuto che soltanto la forma aggravata del reato prevista dal comma 2 dell'art. 612-bis c.p. recupera ambiti referenziali latamente legati alla comunità della famiglia e che ne costituiscono postume proiezioni temporali, allorché il soggetto attivo sia il coniuge legalmente separato o divorziato o un soggetto che sia stato legato da relazione affettiva alla persona offesa.

Sotto questo profilo, «ferma l'eventualità ben possibile di un concorso apparente di norme che renda applicabili (concorrenti) entrambi i reati di maltrattamenti e di atti persecutori, il reato di cui all'art. 612-bis c.p. diviene idoneo a sanzionare comportamenti che, sorti in seno alla comunità familiare (o assimilata) ovvero determinati dalla sua esistenza e sviluppo, esulerebbero dalla fattispecie dei maltrattamenti per la sopravvenuta cessazione del vincolo o sodalizio familiare e affettivo o comunque della sua attualità e continuità temporale. Ciò vale, in particolare, in caso di divorzio o di relazione affettiva definitivamente cessata, giacché anche in caso di separazione legale (oltre che di fatto) la giurisprudenza di legittimità ha affermato la ravvisabilità del reato di maltrattamenti, al venir meno degli obblighi di convivenza e fedeltà non corrispondendo il venir meno anche dei doveri di reciproco rispetto e di assistenza morale e materiale tra i coniugi. 


 


INFO: Link: http://www.24havvocati.it

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